ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùVessazioni in corsia

Il demansionamento del medico ospedaliero non basta a configurare il mobbing

Cassata la sentenza impugnata da un dottore contro un'azienda ospedaliera di Cremona e rinviata la causa per un riesame del ricorso

di Camilla Curcio

(ANSA )

2' di lettura

Il demansionamento professionale non è un parametro sufficiente a classificare come mobbing la condotta di un ospedale e del suo organico nei confronti di un medico, in assenza di atteggiamenti vessatori sistematici e ripetuti chiaramente comprovabili. Lo ha stabilito la sezione lavoro della Corte di Cassazione che, con l'ordinanza 21865/22, depositata l'11 luglio, ha cassato la sentenza impugnata da un dottore contro un'azienda ospedaliera di Cremona e rinviato la causa per un riesame del ricorso.

Nello specifico, il ricorrente ha citato in giudizio la struttura presso cui è impiegato perché oggetto di una dequalificazione e di comportamenti persecutori da parte del datore di lavoro, reclamando un risarcimento dei danni, patrimoniali e non patrimoniali, subiti. Confermando la sentenza di primo grado con la sentenza 450/2014, la Corte d'appello di Brescia aveva respinto la richiesta in virtù del fatto che le vicende riportate dal medico fossero «insufficienti a configurare un quadro complessivo di mobbing, trattandosi di pochi avvenimenti meramente episodici, totalmente privi di un intento vessatorio e connessi a normali problematiche lavorative». Non solo: per verificare l'esacerbarsi del danno esistenziale denunciato, il dottore era tenuto a fornire prove tangibili «delle circostanze specifiche da cui desumere l'aggravamento rispetto a quanto già liquidato allo stesso titolo nel giudizio precedente», materiale non sostituibile con la produzione di un dossier sanitario di routine.

Loading...

In merito all'impugnazione della sentenza da parte del professionista, la Cassazione ha rigettato il quarto motivo del ricorso, escludendo che la condotta del superiore denunciata come mobbizzante rispondesse a una strategia di costante oppressione nei confronti del dipendente, in quanto «ai fini della configurabilità di un'ipotesi di mobbing, non è condizione sufficiente l'accertata esistenza di una dequalificazione o di plurime condotte datoriali illegittime, essendo a tal fine necessario che il lavoratore provi, con ulteriori e concreti elementi, che i comportamenti datoriali siano frutto di un disegno persecutorio unificante, preordinato alla prevaricazione» (Cassazione, 10992/2020). Scenario che, nel caso fosse supportato dall'evidenza, imporrebbe al giudice di merito di concedere o meno il risarcimento richiesto solo dopo un'attenta valutazione degli atteggiamenti denunciati, per capire se sono da considerarsi «mortificanti e causalmente ascrivibili a responsabilità del datore chiamato a risponderne nei limiti dei danni a lui specificamente imputabili» (Cassazione, 4222/2016). Quanto, invece, al secondo e terzo motivo, relativi alla verifica del danno esistenziale segnalato dal dottore, la Suprema Corte ha stabilito che i giudici erano tenuti a prendere in esame la documentazione medica fornita dalla parte ricorrente e da loro trascurata perché erroneamente reputata inidonea.

Riproduzione riservata ©

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti