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La sfida di Kiev, inseguire Varsavia all’ombra di un altro Muro

La più stretta integrazione con l’Unione Sovietica e poi il conflitto con Mosca hanno complicato lo sviluppo dell’economia ucraina dopo l’indipendenza. Rispetto alla Polonia, l’Ucraina ha avuto meno coraggio nelle riforme ma anche meno sostegno dall’Occidente, mentre gli oligarchi hanno approfittato della debolezza delle istituzioni. E ora, proprio dalla linea del fronte, il nuovo governo Zelenskiy prova a ripartire

di Antonella Scott


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Un ponte provvisorio a Stanytsia Luhanska, tra il Donbass filo-russo e il resto dell’Ucraina

6' di lettura

«E così è venuto fuori che nel 1989 il Muro di Berlino non è stato distrutto - scriveva cinque anni fa il quotidiano canadese Globe and Mail -. Lo hanno tenuto da parte per un po’, per poi rimetterlo in piedi qualche centinaio di km più a est. E ora se ne sta al di qua dal confine tra Russia e Ucraina, da qualche parte alla periferia di Donetsk».

Se l’Ucraina non è riuscita a raccogliere le aspettative e le opportunità che questi trent’anni hanno dato all’Europa orientale, la ragione principale sta naturalmente nella sua diversa storia, l’appartenenza all’Urss che anche dopo l’indipendenza ha continuato a segnare il cammino politico ed economico di un Paese “u krai” (terra di confine, il significato del suo nome slavo), diviso tra il richiamo all’integrazione con il resto d’Europa e il legame con la Russia, dal 2014 divenuto guerra. E ora, sono convinti il nuovo presidente Volodymyr Zelenskiy e il suo primo ministro Oleksiy Honcharuk - rispettivamente 41 e 35 anni - la via d’uscita è accompagnare il negoziato con Mosca allo sforzo per attirare investimenti e creare prospettive di sviluppo, soprattutto nel Donbass: «La crescita economica è la risposta alla maggior parte dei problemi dello Stato», dice il premier.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskiy (a sinistra) con Jens Stoltenberg, segretario generale Nato (Afp)

Ripartire dal Donbass

Proprio a 20 km dal “muro” che la guerra ha ricostruito nelle regioni orientali dell’Ucraina - la linea di controllo che separa il Paese dalle regioni separatiste di Donetsk e Luhansk - a fine ottobre Zelenskiy ha voluto organizzare un forum, “RE:THINK. Invest in Ukraine”. A Mariupol, porto industriale sul mar d’Azov e sulla linea del fronte: direttamente sotto attacco nel 2014 e 2015, quel che gli abitanti avevano da costruire non erano strade ma trincee. L’aeroporto è chiuso dal 2014. Senza infrastrutture e trasporti adeguati, Kiev è lontanissima: «Sembra di dover arrivare a Berlino Ovest», brontolava un partecipante al forum citato da bne IntelliNews. «Vogliamo dare inizio a una storia nuova, proprio da questa città», assicura Zelenskiy.

Lo scontro con Mosca nato dalla perdita della Crimea e dal conflitto nel Donbass, tuttavia, non è la risposta completa per chi si interroga sui diversi destini di Polonia e Ucraina: una delle economie più brillanti d’Europa a confronto con la più povera. Due grandi Paesi confinanti, con un numero di abitanti comparabile, usciti più o meno insieme dall’esperienza dell’economia di comando, hanno imboccato strade diverse. Nel 1990 il Pil pro capite polacco era pari a quasi 1.700 dollari, quello ucraino a 1.600. Oggi (dati 2017) la Polonia è salita a 14mila dollari, l’Ucraina è ferma a 2.600. Come mai?

Finalmente abbiamo un pentolone per ciascuno, ma dobbiamo riempircelo da noi

La svolta per Kiev è avvenuta due anni dopo la caduta del Muro di Berlino. In un pomeriggio d’estate, il 24 agosto 1991, sulla piazza della Rivoluzione d’Ottobre che sarebbe diventata “dell’Indipendenza” gli ucraini assistettero alla rinascita del loro Paese. «Prima l’economia sovietica era come un enorme pentolone - raccontava in quei giorni al Sole 24 Ore il ministro dell’Economia dell’epoca, Anatoliy Minchenko - con tutte le repubbliche intorno e poca pappa dentro. Nessuno pensava a riempire il calderone, ma tutti cercavano di pescare qualcosa con i loro cucchiai. Ora finalmente abbiamo un pentolone per ciascuno, ma dobbiamo riempircelo da noi». Si sarebbe capito subito che per un’economia strettamente intrecciata a quella russa, con dirigenti e industriali formati alla scuola sovietica, separarsi e nello stesso tempo liberalizzare e riformare le istituzioni non sarebbe stato semplice.

Riforme a due velocità
«La differenza tra Polonia e Ucraina - spiega Mykhailo Minakov, Senior Fellow al Woodrow Wilson International Centre for Scholars di Washington - è che tra il 1990 e il 1994 la prima ha avuto il coraggio di attuare riforme-shock, in politica e in economia. Così le nuove istituzioni hanno incoraggiato l’efficienza dell’uno e dell’altro campo, creando un effetto positivo moltiplicatore per lo sviluppo della Polonia. Le élite ucraine invece non hanno osato dare subito inizio a riforme incisive. Siamo stati lenti a cambiare la nostra sfera politica, legale, amministrativa ed economica».

DESTINI DIVERSI

L'andamento del Pil pro capite in Polonia e in Ucraina, in dollari (Fonte: Countryeconomy.com)

Uno degli organismi internazionali che più ha lavorato per aiutare le autorità ucraine a riformare il sistema è la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo. La storia di questi trent’anni è la sua, perché la Bers è nata per sostenere la transizione dei Paesi dell’ex blocco sovietico in economie di mercato e l’Ucraina, dopo la Turchia, è il Paese in cui la banca ha il portafoglio più ampio. «La Polonia - concorda Matteo Patrone, managing director Bers per l’Europa orientale e il Caucaso - ha intrapreso con decisione la strada della transizione al mercato, di rinnovamento delle istituzioni democratiche e dell’integrazione europea, divenendo parte della Ue nel 2004. Questo ha accelerato gli sforzi di modernizzazione, lo sviluppo delle infrastrutture, l’attrazione di investimenti esteri e le privatizzazioni. E la Ue ha sostenuto questo percorso con assistenza tecnica, fondi strutturali e un sistema di regole che hanno portato la Polonia a una rapida convergenza. L’Ucraina ha avuto invece un percorso decisamente più travagliato, sia da un punto di vista politico che economico. L’instabilità politica che ha caratterizzato il Paese dall’indipendenza, con due significativi punti di discontinuità, nel 2004 e nel 2013/14, la debolezza del supporto all’adesione al progetto europeo fino a tempi recenti e oggettive difficoltà di natura geopolitica, sono stati fattori determinanti nel creare condizioni di debolezza delle istituzioni».

La seconda grande differenza riguarda dunque l’appoggio dell’Occidente: «La Polonia - osserva Minakov - ha ricevuto negli anni 90 un forte sostegno economico diretto, debito che venne poi “condonato”. L’Ucraina non ha avuto neppure un decimo di quell’aiuto. E ora il nostro debito estero è una montagna: spendiamo anche più del 30% del budget per ripagarlo».

Isolata dall’Occidente, segnata tra il 1991 e il 1996 da una grave crisi che ha distrutto quasi la metà della sua economia, l’Ucraina ha dato spazio alle istituzioni “informali”: questa è un’altra differenza con la Polonia, e una somiglianza con la Russia. La comparsa degli oligarchi, il connubio tra potere e denaro nelle mani di poche migliaia di famiglie. «Lo Stato - osserva Minakov - funziona soprattutto nei loro interessi, mentre al resto della popolazione resta una democrazia fatta di istituzioni fallimentari e corruzione sistemica». In un sondaggio condotto da Pew Research, il 58% degli ucraini dice di ritenere che i cambiamenti innescati dalla caduta del comunismo tra il 1989 e il 1991 hanno avuto un’influenza negativa sul loro tenore di vita.

A CONFRONTO

(Fonte: Fmi; Countryeconomy.com)

A CONFRONTO

L’ombra degli oligarchi
«La struttura del sistema economico e industriale post- sovietico - dice Patrone - ha determinato in Ucraina un handicap rilevante esacerbato dall’emersione di un sistema privo di forti regole e basato su gruppi di “oligarchi” che hanno assunto una posizione dominante in diversi settori economici, in primis quello energetico. Un sistema bancario che ha attraversato un periodo burrascoso ed è caratterizzato dalla presenza dello Stato e con un elevatissimo tasso di sofferenze, un settore industriale poco diversificato, la catena del valore dell’agribusiness poco sviluppata e una dipendenza energetica da cui il Paese si sta liberando solo recentemente sono altri tratti fondamentali di debolezza. Tre milioni di ucraini oggi vivono in Polonia, e il Paese continua a perdere abitanti».

La direzione giusta?

Il futuro potrebbe essere diverso. «L’Ucraina - prosegue Patrone - ha enormi potenzialità dovute alla ricchezza di risorse naturali e un capitale umano di primissimo livello. Dopo il 2014 il Paese ha intrapreso un coraggioso percorso di riforme, con il raggiungimento della stabilità macroeconomica, la pulizia del sistema bancario, la riduzione dello spazio per corruzione e soprattutto la convinta adesione al progetto europeo. Risultati raggiunti da un Paese in guerra, che dedica il 6% del Pil alla difesa». Molto resta da fare e l’azione dell’amministrazione Zelenskiy, secondo la Bers, va ancora testata alla prova dei fatti. «La risoluzione del conflitto nel Donbass e la realizzazione di un programma di riforme (in primis la de-oligarchizzazione del sistema economico-industriale) sono condizioni indispensabili per il raggiungimento degli obiettivi di crescita economica definiti dal governo. I prossimi mesi indicheranno se l’Ucraina è nella direzione giusta».

Per ritrovarsi forse in futuro, conclude Mykhailo Minakov, più simile alla Polonia. «L’Ucraina sta compiendo uno sforzo riformista, l’economia migliora. Se si arriverà alla pace, lo sviluppo socio-economico verrà ulteriormente incrementato. In Polonia la situazione dell’economia è positiva e stabile, ma la sfera politica è entrata in una fase di “democrazia” illiberale. Si rafforzano le politiche nazional-conservatrici, come in Ucraina. In qualche modo, questa tendenza conduce entrambi i Paesi nello stesso gruppo di Stati: con la democrazia in pericolo, e un forte deficit liberale».

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