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Il destino delle professioni culturali tra tempi stretti e poche speranze

L’approvazione definitiva del disegno di Legge Delega per il riordino delle norme sullo spettacolo rischia di non arrivare in porto. Tempi risicati per il Governo per riordino e revisione degli strumenti di sostegno, nuove tutele in materia di contratti di lavoro e di equo compenso e l'introduzione di un'indennità di discontinuità

di Daniele Donati

Code di turisti all’ingresso della Galleria degli Uffizi (Agf)

4' di lettura

Il cosiddetto Codice dello Spettacolo, ovvero l'articolato normativo volto a disciplinare tra altre cose e, soprattutto, la condizione del lavoro nel settore, sembra destinato a restare un approdo leggendario, minato com'è da un ineluttabile destino di speranze ricorrenti e invincibili fallimenti.
Il testo promosso dalla Camera lo scorso 13 luglio (dopo il voto positivo del Senato di maggio) pare infatti avviarsi ad essere parte di una sfortunata sequenza, iniziata con la l. 175 del 2017. Con esso, riprendendo e modificando proprio la norma di cinque anni fa, si delega il Governo a intervenire su un settore fragile e strategico anche alla luce di quanto sperimentato (e sofferto) durate la pandemia, attraverso un'articolata serie di decreti legislativi. Ora, il fatto che solo otto giorni dopo l'approvazione in via definitiva il presidente del Consiglio abbia rassegnato le sue dimissioni segna il destino anche di questo tentativo, aumentando fortemente la possibilità che di nuovo i termini assegnati per adempiere (solo nove mesi, di cui due di campagna elettorale) trascorrano senza esito.

I riconoscimenti attesi

Restano così in sospeso, e probabilmente deluse, le speranze di una revisione degli ammortizzatori sociali e delle indennità per i lavoratori dello spettacolo, tra cui la tanto auspicata indennità di discontinuità qui introdotta come misura strutturale e permanente. E ancora - oltre alla riforma degli organi di governo delle fondazioni lirico-sinfoniche - la determinazione di «parametri retributivi diretti ad assicurare ai lavoratori autonomi la corresponsione di un equo compenso», che si prescrive proporzionato «alla quantità e alla qualità del lavoro svolto, nonché al contenuto, alle caratteristiche e alla complessità della prestazione».

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A voler pensare in positivo, si può dire che sono già pienamente in vigore - in quanto espressi nella norma approvata – i principi -guida per la futura legislazione, anche regionale. E qui, a quelli risalenti alla stesura del 2017 (come il riconoscimento del valore multiforme dello spettacolo quale elemento di coesione nazionale, motore per l’imprenditoria creativa, fattore di utilità sociale e parte costitutiva dei percorsi educativi) se ne affiancano oggi dei nuovi, più fortemente orientati alla tutela dei lavoratori del settore, «nella pluralità delle diverse (…) forme espressive» e nella specificità delle prestazioni rese in quest'ambito.

Gli strumenti di monitoraggio

E ancora si può considerare acquisito l' Osservatorio dello Spettacolo , istituito presso il Ministero della Cultura col compito di acquisire dati aggiornati sull’andamento delle attività di spettacolo nelle sue diverse forme, in Italia e all’estero; sulla spesa annua (di Stato, regioni ed enti locali) di sostegno e incentivazione; sul mercato del lavoro per i lavoratori e i professionisti dello spettacolo; sulle procedure per l’organizzazione e lo svolgimento degli spettacoli. Grazie a esso, al suo coordinamento con gli osservatori già esistenti a livello regionale e alla parallela istituzione del Sistema informativo nazionale dello spettacolo, si dà vita a un sistema di monitoraggio da molte parti ritenuto strumento essenziale per la determinazione delle politiche di settore.

Ma a ben vedere l'ottimismo è di breve respiro. Per parte loro, i principi espressi in una legge dello Stato possono essere smentiti o comunque interpretati con molta elasticità da qualunque legge successiva. Per parte sua l’Osservatorio, per essere pienamente funzionante, deve attendere uno o più decreti del Ministro della Cultura che ne definiscano la composizione e le modalità di funzionamento. Anche a voler credere nel pieno impegno del ministro in questo senso, detti decreti sono da adottare entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore della legge «sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano e previo parere delle Commissioni parlamentari competenti per materia» che si pronunciano entro altri 40 giorni dalla trasmissione degli schemi di decreto. I tempi per chiudere in questa legislatura, evidentemente, sono risicatissimi. Direi impossibili. E ciò anche perché gli adempimenti ulteriori a cui questa legge-delega chiama non possono e non devono essere assolti (o, peggio, “liquidati”) senza un'analisi seria di quanto ci ha mostrato la sospensione per quasi due anni degli spettacoli, degli eventi e delle mostre; senza avere piena cognizione e sguardo lucido sulla costante e vitale evoluzione del settore; senza dare consistenza normativa alla complessità e alla già ricordata specialità delle professioni del settore artistico nel suo complesso.

Cosa dicono le indagini

Tornano in mente le più importanti ricerche di questi anni sul tema, come quella curata da Enrico Eraldo Bertacchini e Paola Borrione «Arte al futuro - Indagine sulle carriere artistiche emergenti e la produzione culturale indipendente in Italia» (Edizioni Fondazione Santagata, 2021), che amplia giustamente l'attenzione anche agli artisti visivi (ben il 43% del campione che il volume analizza). O ancora quella curata da Antonio Taormina «Lavoro culturale e occupazione” (Franco Angeli, 2021). In tutte queste analisi si evidenzia con forza l'importanza di una considerazione complessiva di queste peculiari parabole professionali. Che vanno considerate finalmente a partire dalla scuola - ove la formazione artistica è comunque già curriculare in ogni grado di istruzione. O dall'ingresso in una delle 154 Istituzioni di Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica (AFAM) oppure in corsi universitari ancora scarsamente connessi ai (pochi) profili professionali riconosciuti dal MiC. E poi nell'ingresso nel mondo del lavoro che, ancora oggi, avviene nell'accettazione di carriere frammentate, caratterizzate da collaborazioni informali o irregolari, dalla «tendenza ad accumulare più lavori» e da una «stabilizzazione solo nell'età più matura». La prima indagine di settore di AWI dedicata al lavoro nel campo dell'arte contemporanea in Italia, frutto della collaborazione con ACTA, offre un'analisi quantitativa e qualitativa delle condizioni lavorative dal punto di vista sociale, contrattuale e giuridico rivelando la precarietà dei lavori legati alla produzione di arte del presente.

E si ricorda sempre l'esigenza di un delicato bilanciamento tra la necessità impellente di un quadro di garanzie preciso e la congenita flessibilità, direi l'imprevedibilità quasi naturale di questi mestieri, nella varietà dei luoghi che li accolgono. Tutto ciò richiede che si apra un confronto ampio, con gli operatori e le imprese, nell'intento di un ascolto che vada oltre le ritualità ministeriali e le solite voci. E quindi che ci si muova con quell'attenzione, dedizione e determinazione che solo un governo pienamente in carica, con tempi di analisi e di lavoro ragionevoli davanti a sé, può assicurare, rimediando all'ennesima caduta di un progetto che invece deve essere parte costitutiva delle politiche di sviluppo di questo Paese, come peraltro richiede l'Unione europea, anche nei progetti del Pnrr.

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