decreto ambiente

Il diesel rischia di costare quanto la benzina. Ecco perché

Dall’anno prossimo il gasolio potrebbe costare quanto la benzina. La prossima legge di Bilancio potrebbe parificare le accise dei due carburanti, finora più basse per il diesel. Un’altra mazzata per quasi metà degli automobilisti e per gli autotrasportatori? Per i primi non troppo; per i secondi sì

di Maurizio Caprino


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3' di lettura

Se ne parla da anni, ma ora il momento pare essere arrivato: dall’anno prossimo il gasolio potrebbe costare quanto la benzina. Infatti, la prossima legge di Bilancio potrebbe parificare le accise dei due carburanti, finora più basse per il diesel. Un’altra mazzata per quasi metà degli automobilisti e per gli autotrasportatori? Per i primi non troppo; per i secondi sì, anche perché il Governo vuole abolire i rimborsi ora in vigore.

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Tutto questo s’intuisce incrociando le pieghe della bozza di decreto ambiente trapelata ieri con la Strategia energetica nazionale licenziata dal governo Gentiloni a novembre 2017. Ma alla fine bisognerà vedere se premier e ministri decideranno di andare avanti davvero, sfidando l’impopolarità e gli scioperi degli autotrasportatori. La rivolta del gilet gialli che lo scorso inverno in Francia pareva poter mettere alle corde Macron fa molto riflettere.

(Fotogramma)

I documenti e la storia
Il decreto ambiente, per ora, parla solo di taglio dei sussidi ambientalmente dannosi, rinviandone le determinazione alla legge di Bilancio 2020. Stamattina un’analisi del Sole 24 Ore evidenzia che la voce più importante (4,9 miliardi di euro, nel 2018) dell’elenco dei sussidi è quella che tiene l’accisa sul gasolio a un livello più basso di quella per la benzina. Il rimborso agli autotrasportatori di parte delle accise pesa invece per 1,26 miliardi.

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Dell’inasprimento del trattamento fiscale sul gasolio si parla da vent’anni: durante il primo governo Prodi, era già allo studio dei consiglieri del ministro delle Finanze, Vincenzo Visco. La motivazione è semplice: si tratta di un combustibile con tenore di carbonio più alto rispetto alla benzina, per cui ogni grammo bruciato comporta l’emissione di più CO2. E la CO2, che è alla base del riscaldamento globale della Terra e dei mutamenti climatici, preoccupava già allora. Tanto che il Protocollo di Kyoto risale a quel periodo.

La questione è stata tenuta sottotraccia per tutto questo tempo, temendo impatti sull’inflazione (la stragrande maggioranza delle merci viaggia su camion), scioperi degli autotrasportatori e malcontento popolare (proprio in quegli anni l’industria europea stava facendo forti investimenti sul diesel, adottando il common rail). D’altra parte, il maggior tenore di carbonio del gasolio era compensato dal fatto che un motore diesel consuma meno, quindi brucia meno grammi di combustibile a parità di percorrenza.

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La questione è ritornata ufficialmente sul tappeto a novembre 2017 con la Sen (Strategia energetica nazionale), che ha individuato gli indirizzi da seguire. Nulla di vincolante, solo un programma di massima. Ma era chiaro che - tra dieselgate, blocchi del traffico e procedure comunitarie d’infrazione accumulate dall’Italia nel corso degli anni - qualcosa bisognerà pur fare.

Le cifre
È vero che le diesel in regola con gli standard attuali si possono considerare relativamente pulite. Ma è altrettanto vero che sono state immesse gradualmente in commercio a partire da appena un anno.

Quindi costituiscono una esigua minoranza del parco circolante a gasolio, che in Italia costituisce praticamente la metà delle autovetture in circolazione: al 31 dicembre 2018, erano 17,3 milioni di esemplari, contro i 18 che vanno a benzina. Gli altri tipi di alimentazione (a gas, elettrico e ibrido) hanno una diffusione residuale (sommati, si fermano sui 3 milioni).

L’impatto
Per i tanti che vanno a gasolio, dunque, i costi di esercizio aumenteranno se davvero le accise verranno parificate. Ma resterebbe comunque il beneficio legato ai minori consumi che i propulsori a gasolio offrono sempre: siamo sul 25-30% rispetto a un benzina di pari prestazioni.

Per gli autotrasportatori invece le conseguenze sarebbero peggiori: ci sarebbe anche il mancato rimborso della parte delle accise finora recuperabili dalla categoria. Inoltre, la stragrande maggioranza dei mezzi pesanti va a gasolio e sull’unica alternativa che ad oggi ha superato la fase sperimentale (il metano) pesano alcune difficoltà pratiche e richieste di ridurre anche per esse i sussidi sulle accise.

C’è quindi da aspettarsi una levata di scudi della categoria, se le intenzioni del Governo dovessero essere confermate. Per ora un primo avvertimento lo ha lanciato Paolo Uggè, vicepresidente di Confcommercio e Conftrasporto nonché ex sottosegretario ai Trasporti, che ha parlato della possibile manovra sulle accise come di un autogol.

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