Le Lettere

Il difficile rapporto tra i nativi digitali e i docenti analogici

di Gianfranco Fabi

2' di lettura

Non riesco a capire le scelte che il nostro Paese compie sul fronte dell’istruzione, in particolar modo universitaria. Si dice che i laureati sono pochi, ma poi si impone il numero chiuso per gli accessi all’università. Si parla della necessità di investire sull’innovazione e poi si vedono molti giovani laureati cercare lavoro all’estero. Per non citare gli abbandoni scolastici, la difficoltà di premiare i docenti meritevoli, la mancanza di veri percorsi di inserimento nel mondo del lavoro. Le percentuali di giovani disoccupati continuano a restare molto alte: qualcuno l’ha chiamata “generazione perduta” per le sempre maggiori difficoltà che incontrano diplomati e laureati di oggi. C’è qualcosa nel sistema italiano che non funziona, ma non riesco a mettere a fuoco che cosa possa essere. Mi può aiutare lei?

Antonio Predoni

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Gentile lettore, come può immaginare non è possibile sintetizzare in poche righe i problemi dell’istruzione in Italia, anche perché non c’è solo un problema, risolto il quale tutto può andare a soluzione, ma ci sono tante scelte di fondo che contribuiscono a complicare lo scenario dell’istruzione. In linea generale si potrebbe dire che la scuola non riesce a tenere il passo con il processo di innovazione che si verifica nella società: con uno slogan si potrebbe dire che i giovani nativi digitali hanno di fronte una generazione di docenti di tradizione analogica. In pratica i giovani che sono immersi nei nuovi strumenti di comunicazione hanno di fronte persone legate ai tradizionali metodi didattici. L’incontro tra questi due mondi è altrettanto difficile quanto necessario anche perché l’obiettivo di fondo non può che essere comune: trasmettere e acquisire competenze, capacità critica, conoscenza a 360° della realtà.

Sul tema specifico dell’università si può ricordare che il numero chiuso in talune università ha un doppio fine: selezionare gli studenti in base alle capacità, anche per limitare il fenomeno degli abbandoni, e garantire a tutti gli iscritti un’offerta didattica adeguata. Uno dei più gravi handicap alla crescita economica è proprio dato dal fatto che in Italia i laureati non solo sono pochi, ma almeno in parte seguono corsi che non garantiscono rapidi inserimenti e quindi soddisfazioni sul fronte del lavoro.

Come ricordano Alessandra del Boca e Antonietta Mundo in un libro dal titolo molto significativo “L’inganno generazionale” (Ed. Egea, pagg. 176, € 16,50): «Nel 2015 ha una laurea solo il 25,3% degli italiani tra i 30 e i 34 anni, la percentuale più bassa di tutti i 28 paesi Ue. Infatti sono pochi i giovani che si iscrivono dopo la scuola secondaria superiore, molti quelli che abbandonano». E ancora: «Il tasso di abbandono dei più giovani al primo anno di università aumenta. Gli studenti sono poco seguiti nell’indirizzo alla facoltà, non sono sufficientemente affiancati in percorsi di orientamento di qualità, non trovano guide solide in un eventuale cambio di corso di laurea».

Per affrontare il problema dell’istruzione c’è molto da fare. E peraltro molto si sta facendo, per esempio le esperienze di inserimento professionale raccontate sul Sole 24 Ore di mercoledì 5 luglio. Esperienze che dimostrano he di rivoluzioni la scuola e l’università abbiano bisogno di avviare processi di innovazione; non solo per stare al passo, ma per anticipare i cambiamenti.

gianfranco.fabi@ilsole24ore.com

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