il convegno di confindustria digitale

Il digitale asset strategico per il piano nazionale di ripresa e resilienza

Dall’associazione la proposta con le sette aree prioritarie verso cui indirizzare gli investimenti per la digitalizzazione. Il presidente Avenia: il compito che abbiamo davanti è di portata storica

di Celestina Dominelli

A che punto è il digitale? Il convegno Confindustria e Luiss BS

5' di lettura

Il punto di partenza è noto: almeno il 20% delle risorse del Recovery Fund dovrà essere destinato ai progetti di digitalizzazione. Che per l’Italia, ancora in fondo alla classifica europea (l’indice Desi) che cerfica il livello di avanzamento su questo versante, significherà avere a disposizione 40 miliardi per ridurre una volta per tutte il gap che la separa dal resto d’Europa. Per compiere questo salto quantico, è il messaggio lanciato da Confindustria Digitale, in occasione del suo convegno annuale “Investire accelerare crescere”, organizzato con la Luiss Business School, occorre dunque accelerare nella trasformazione digitale del Paese, che deve costituire, ha spiegato il presidente dell’associazione, Cesare Avenia, «il processo abilitante dell’intero piano nazionale di ripresa e resilienza».

Bonomi: il digitale è una componente fondamentale

Il Pnrr rappresenta quindi, come ha rimarcato il numero uno di Confindustria, Carlo Bonomi, «un’imperdibile opportunità di accelerare progetti, interventi e riforme che devono essere necessariamente parte di una strategia più complessiva di sviluppo del Paese nel medio-lungo periodo». Una strategia che, ha rimarcato Bonomi, non può non passare dal digitale «che è una componente fondamentale di tutti gli interventi in cui dovranno articolarsi le sei missioni principali individuate dal governo». Il digitale, dunque, come architrave di un cambio di passo e tassello su cui bisognerà puntare «per rinnovare - ha aggiunto il presidente di Confindustria - tutti gli ambiti produttivi e sociali e allo stesso tempo sostenere lo sviluppo e il consolidamento delle filiere tecnologiche nazionali, per essere protagonisti di questa evoluzione».

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Patuanelli: serve una società delle reti e delle tecnologie

Per consentire all’Italia di fare questo scatto, occorre però non replicare le inefficienze del passato (che ci hanno visti, documenta la relazione di Avenia, spendere solo il 40% dei fondi strutturali europei programmati tra 2014 e 2020) ed è necessario investire sull’infrastruttura, dalla fibra fino al 5G. «Un elemento di grande complessità», quello infrastrutturale, ha evidenziato il ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, «ma il ragionamento non va fatto tanto rispetto alla società della rete, dobbiamo pensare che le infrastrutture devono avere una policy pubblica. E io vedo una società delle reti più che della rete, delle reti e delle tecnologie», che dovrà essere messa a punto passo dopo passo, «senza mettere in discussione il punto di partenza, dove abbiamo un soggetto che possiede gran parte di quella rete e di quella tecnologia». Insomma, l’assetto finale dovrà essere raggiunto mettendo insieme pubblico e privato perché è evidente, ha precisato il ministro, «che un mercato retail molto al ribasso in questo momento ha costretto al rallentamento degli investimenti e su questo il Governo non può far finta di nulla: deve esserci un accompagnamento degli investimenti anche da parte dell’esecutivo» per evitare che non siano portati a termine.

Gubitosi: la rete va fatta, stop ai ritardi

La direzione, dunque, è tracciata, ma, ha suggerito Luigi Gubitosi, vicepresidente di Confindustria e ad di Tim, «quello sulla rete è un dibattito vecchio, la rete va fatta, non bisogna avere più ritardi, bisogna portare avanti quello che si è stabilito, ma la rete dovrebbe essere già un dato acquisito». Occorre, quindi, accelerare per il top manager, mettendo a frutto quanto di buono è già stato fatto, per esempio sul 5G, e affrontando «una sfida entusiasmante» per il Paese che è quella dell’innovazione tecnologica. «L’Italia sarà all’avanguardia in campo digitale: non ci mancano le competenze, le qualità e ora abbiamo anche i fondi», rimarca Gubitosi che ha anche indicato le direttrici su cui procedere celermente. «Dobbiamo sviluppare rapidamente il 5G, dobbiamo sviluppare rapidamente il cloud e l’edge computing, l’intelligenza artificiale. La rete ci serve a fare queste cose e noi stiamo ancora nel Paese a dibattere su come fare, dove andare, etc. E abbiamo difficoltà a spendere i fondi europei in maniera intelligente».

Boccardelli: occorre puntare su un piano Marshall per la formazione

Una difficoltà evidenziata con forza sia da Paolo Boccardelli, direttore della Luiss Business School che ha ricordato anche come il 90% dei futuri posti di lavoro sarà dominato dalla digitalizzazione e ha posto quindi l’accento sulla necessità di dotarsi di un «piano Marshall per la formazione» perché c’è un problema molto evidente di gap delle competenze che impediscono un pieno sviluppo su questo fronte. «Serve un asse tra pubblico e privato - ha spiegato Boccardelli -, un nuovo rapporto di fiducia e di trust che consenta al nostro Paese di entrare definitivamente nell’era dell’intelligenza artificiale considerando non come una minaccia ma come opportunità».

Viola: da investimenti sul digitale un effetto leva di 8-10 volte

E dell’esigenza di stringere la collaborazione tra pubblico e privato per spingere sul pedale dell’acceleratore della digitalizzazione, ha parlato anche Roberto Viola, direttore generale della Dg Connect della Commissione Europea che ha poi sottolineato l’impatto enorme connesso agli investimenti sul digitale che potrebbero arrivare sfruttando il Recovery Fund. «Abbiamo stimato un effetto leva di 8-10 volte se gli lo sforzo per la digitalizzazione si combina in modo intelligente con risorse private. Questo vuol dire che i 40 miliardi dell’Italia potrebbero diventare 400 miliardi. E il piano italiano deve essere fatto in modo da attirare gli investimenti privati».

Guindani: perso un terzo del fatturato negli ultimi 10 anni

L’approdo, dunque, è chiaro: istituzioni, Pa e aziende devono lavorare in stretto raccordo. Anche perché «lo sforzo gigantesco» che serve per adeguare le infrastrutture «non può essere sostenuto solo dai privati», ha ribadito Pietro Guindani, presidente di Assotelecomunicazioni-Asstel. Il settore sta soffrendo, ricorda, «e ha perso negli ultimi 10 anni un terzo del suo fatturato. E il Recovery Fund è l’occasione per sostenere gli investimenti e accelerarli». Senza tralasciare, ha proseguito il manager, il tema della formazione. «Serve un piano a 18 anni per l’educazione, per la formazione delle competenze che va fatto con risposte chiare e che va oltre i governi e le legislature».

Gay: politiche attive digitali per la riqualificazione professionale

Un tema cruciale anche per Marco Gay, presidente di Anitec-Assinform, che indica tre assi su cui muoversi. «Abbiamo bisogno di competenze, competenze e competenze e dobbiamo procedere su tre livelli: la formazione di chi oggi non lavora considerando che ci sono quasi 5 mila posti di lavoro che possono essere occupati con lo sviluppo delle giuste competenze; la riqualificazione professionale di chi un’occupazione già ce l’ha, anche puntando su politiche attive “digitali”; e, infine, l’aumento delle competenze e, in questo senso, sia gli Its che i percorsi specializzati sono fondamentali in un Paese in cui l’industria innovativa diventa il futuro».

Sette aree prioritarie per gli investimenti straordinari sul digitale

Le risorse, quindi, ci saranno, e le direttrici su cui muoversi sono evidenti. E, per ottimizzare il risultato, Confindustria Digitale ha messo nero su bianco, in un documento consegnato al governo come contributo al Piano nazionale di ripresa e resilienza, le 7 aree prioritarie su cui indirizzare gli investimenti straordinari per il digitale nella fase post-epidemia Covid-19: infrastrutture di comunicazione; piattaforme strategiche previste dall’Agenda digitale nazionale; transizione al digitale dei servizi della Pa; scuola e università; trasformazione digitale del mondo delle imprese, in particolare le Pmi; sostegno della R&S e al mondo dell’innovazione pubblica e privata; sviluppo delle competenze digitali nel mondo del lavoro e della società. «Il compito che abbiamo di fronte è di portata storica - ha rimarcato Avenia - ma le cose si possono cambiare più in fretta di quanto può apparire, basta deciderlo e fare in modo che avvengano: è questa la grande lezione impartitaci dall’emergenza di cui dobbiamo far tesoro».

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