ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùLE BANCHE DEL FUTURO

«Il digitale cambia il modo di fare banca, ma le filiali resteranno ancora al centro»

Parla Angelo Campani, condirettore generale del Credem: «Le nuove tecnologie non sostituiranno le filiali e le persone che ci lavorano».

di Alessandro Graziani

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Parla Angelo Campani, condirettore generale del Credem: «Le nuove tecnologie non sostituiranno le filiali e le persone che ci lavorano».


5' di lettura

«La trasformazione digitale è già da tempo una realtà anche nel settore bancario. E su questo versante, al Credem ci riteniamo all’avanguardia. Anche perchè procediamo con una strategia chiara: l’utilizzo delle nuove tecnologie non sostituirà né le filiali, che resteranno il baricentro della banca, né le persone che ci lavorano. Le filiali cambieranno e i dipendenti acquisiranno nuove professionalità. Da noi al Credem, i tanti giovani che si occupano del digital nei vari processi bancari già da tempo lavorano fianco a fianco con quelli che io chiamo “i maestri del mestiere”. Persone con esperienza nella banca tradizionale che insegnano l’arte bancaria ai giovani digitali e, contemporaneamente, da loro imparano il nuovo. Sono convinto che le frontiere dell’innovazione tecnologica abbiano senso solo se temperate, concedetemi il termine forse ambizioso, da un nuovo umanesimo».

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A parlare è Angelo Campani, condirettore generale del Credem, la banca considerata per redditività e solidità patrimoniale un gioiellino anche dall’occhiuta Vigilanza Bce. Una banca che ha una lunga tradizione di avanguardia nell’innovazione e che, anche nell’approccio digitale, è stata rapida ad affrontare la trasformazione. Cerchiamo di capire proprio dal Credem come si trasforma operativamente una banca tradizionale alle prese con la rivoluzione digitale.

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Qui a Reggio Emilia, va detto, la banca si sta muovendo in netta controtendenza rispetto ai foschi scenari di maxi-tagli alle filiali e ai dipendenti paventati dalle società di consulenza per il sistema bancario italiano. «Il digitale semplifica le complessità per i clienti ma anche per i dipendenti. Libera, per esempio, risorse dalle ripetitive funzioni di backoffice. Pensiamo alle istruttorie sui mutui: avere una struttura centrale di backoffice anche digitale che gestisce le pratiche, consente di ridurre i tempi per i clienti ma anche per i dipendenti della banca», spiega Campani.

«Ne consegue l’esigenza di una riqualificazione del personale, che può trovare sbocchi anche nella consulenza diretta alla clientela per semplificarne la vita. Pensiamo al problema specifico e di nicchia delle successioni, tema delicato e complesso che non può essere gestito sporadicamente a livello di singole filiali mentre può diventare un servizio di qualità per gli eredi se fatto da professionisti a livello centrale». Come cambiano di conseguenza le professionalità bancarie? «Assumiamo già da tempo data analyst e data scientist, che sappiano programmare e poi capire i dati degli algoritmi. Già oggi le banche sono un mix di varie professionalità che convivono».

In generale, la nuova frontiera dell’industria bancaria e dei newcomers del fintech sembra essere la gestione dei dati dei clienti. Per farne cosa? «Intanto premetterei che bisogna anche capire i limiti del digitale, inteso come gestione dei dati: un conto è sfruttare il potenziale inespresso, un altro rendere impersonale e freddo il rapporto con il cliente, massacrandolo con offerte via app o mail a getto continuo».

Si dice però che il digitale aumenti la trasparenza. Le banche perderanno clienti attratti dalle commissioni-zero delle nuove digital banks? «È vero, in generale, che il digitale spinge le banche verso una maggiore efficienza e questa tendenza vale per tutti. Per affrontare la concorrenza delle nuove banche solo digitali - spiega Campani - la nostra risposta è nell’offerta di servizi a 360 gradi per i clienti: chi sta con noi ha tutti i servizi con un unico conto corrente, mentre i new comers per ora offrono business verticali. Le banche digitali spesso si focalizzano solo su alcuni servizi, noi su tutti».

Andiamo per gradi. In che modo la rivoluzione sta impattando sul versante retail? «Il vantaggio del digitale è che la banca diventa più rapida ed efficiente nel capire, praticamente in tempo reale, le esigenze del cliente. Anche grazie a specifici algoritmi, saremo in grado di verificare le abitudini del cliente e di proporgli in tempi rapidi servizi aggiuntivi e mirati alle sue esigenze. Penso alle polizze assicurative, ma anche a bisogni più ampi nel mondo della salute, della mobilità. Senza escludere partnership della banca con operatori esterni, penso alle utility o ai tour operator. E ancora, avendo informazioni dal mutuo, tutto ciò che ruota attorno alla casa, comprese le pratiche di pagamento dell’Imu».

E le vecchie filiali che ruolo avranno nella banca del futuro? «Noi crediamo nella omnicanalità. La filiale non scomparirà, dobbiamo lasciare che sia il cliente a scegliere il canale preferito. Le banche solo digitali hanno spesso un’offerta verticale, nei pagamenti o in altri servizi, che attrae una clientela “nomade”. Noi invece puntiamo a essere la banca principale, quella di riferimento per un cliente che vuole avere tutti i servizi da un’unica banca. Il giusto mix tra digitale e filiali con personale qualificato. E sulla base di questa logica abbiamo lanciato Avvera, la società del gruppo nel credito al consumo».

E per i servizi alle imprese che impatto ha il digitale? «Anche verso le imprese, soprattutto perché in Italia sono generalmente più piccole che in altri mercati, ad esempio europei, riteniamo sia molto importante aumentare la capacità di offrire non solo servizi tipicamente bancari, come l’assistenza creditizia, ma anche servizi e consulenza per una gestione allargata delle loro necessità con l’obiettivo di diventare il principale partner nell'ambito della gestione economico finanziaria.

Mi riferisco ad esempio all’assistenza che forniamo attraverso Credemtel, società controllata al 100%, per la digitalizzazione dei processi di fatturazione elettronica e di gestione ed archiviazione documentale che richiedono alle imprese importanti energie e competenze per l’implementazione, mentre la banca può utilizzare economie di scala e capacità oltre alla profonda conoscenza dell’impresa. Inoltre crediamo che vi siano molto spazio per la fornitura di consulenza nella cyber security, ambito nella quale la banca ha da sempre competenze avanzate e che può mettere a disposizione dei propri clienti integrandola con tutte le procedure già in essere con l’impresa».

Esistono altre applicazioni della tecnologia nell’ambito del rapporto banca-impresa? «Un altro aspetto su cui stiamo lavorando intensamente in ottica di ampliamento dell’assistenza - spiega il condirettore generale del Credem - riguarda la possibilità da parte sia delle micro imprese sia delle aziende più grandi di implementare progetti di welfare aziendale attraverso l’utilizzo di una nostra evoluta piattaforma digitale che permetta cosi l’abbattimento per le aziende di barriere all’entrata sia di tipo economico sia di competenze specifiche sia in termini di efficienza operativa ed assorbimento di risorse. Inoltre la tecnologia ci consentirà di poter dare il nostro contributo anche a processi tipicamente industriali, come quelli della supply chain. Porteremo infatti i nostri servizi finanziari a vantaggio di tutte gli attori delle filiere, agevolandone l’accesso al credito».

Il digitale impone investimenti di rilievo in tecnologia. Al Credem ritenete di avere le dimensioni adeguate per sostenerli? «Le economie di scala contano, ma gli investimenti in alcuni settori possono anche essere condivisi con altri partner. Tenga conto che digitalizzare i processi di una banca tradizionale comporta cambiamenti organizzativi che riguardano tutti i dipendenti. In una banca delle nostre dimensioni ciò sta avvenendo con rapidità. E questo è un vantaggio».

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