diritto & politica

Il dilemma di expo e la supremazia della legge

di Andrea Capussela


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(ANSA)

3' di lettura

Il 31 maggio 2012, l’allora rappresentante del comune di Milano nel consiglio di amministrazione di Expo 2015 e attuale sindaco del capoluogo lombardo Giuseppe Sala firmò due atti che recavano invece la data del 17 maggio. Fu accusato di falso, negò di essere stato consapevole della retrodatazione, ma fu condannato (a sei mesi, convertiti in multa). La sentenza, resa il 5 luglio, destò perplessità. È di ieri la notizia dell’impugnazione della Procura generale.

Torno sulla vicenda non per pronunciarmi su Sala, che presumo volentieri innocente, ma per parlare di una delle cause del malessere politico ed economico dell’Italia: la debole supremazia della legge.

Una delle ragioni di quelle perplessità, che mi pare nessuno abbia contestato, fu che la retrodatazione aveva evitato un intoppo procedurale che minacciava di far fallire Expo. La sentenza lo conferma, riconoscendo il «particolare valore sociale» del motivo – salvare Expo, appunto – che avrebbe indotto Sala a commettere il reato.

Se i giudici di primo grado avessero ragione, si profilerebbe un dilemma tanto netto quanto delicato: rispettare la legge, rischiando di affossare un importante interesse pubblico, o violarla e salvarlo?

È esattamente in questi termini che la questione appariva ai collaboratori di Sala che – senza coinvolgerlo, la sentenza chiarisce – escogitarono la soluzione della retrodatazione. La sentenza li contraddice, osservando che l’intoppo era facilmente superabile senza violare la legge. Ma siccome ai loro occhi – e agli occhi di chi poi commentò la condanna, che soprattutto m’interessano – il dilemma esisteva, assumerò che senza la retrodatazione Expo avrebbe effettivamente rischiato di naufragare.

I commenti furono quasi tutti favorevoli a Sala. Alcuni si limitarono a negare che egli fosse consapevole della retrodatazione, senza prendere posizione sul dilemma che ho descritto. Altri dissero, più o meno esplicitamente, che se anche il falso fosse stato deliberato, Sala avrebbe fatto bene a violare la legge per salvare Expo, spesso aggiungendo che l’intoppo evitato grazie alla retrodatazione nasceva da una norma irragionevolmente formalistica (per semplicità, darò anche questo per assunto). Riconoscendo a Sala l’attenuante del «valore sociale» dei motivi del reato, che ha rarissimi precedenti nella storia giudiziaria, il tribunale si è molto avvicinato a questi argomenti. Né i critici di Sala li hanno seriamente contestati, limitandosi a proclamare apoditticamente che la condanna imponeva le dimissioni. Tutti, dunque, hanno ragionato dentro i confini di quel dilemma: rispettare la legge, o salvare Expo?

Il dilemma però è falso, perché esisteva una terza possibilità. Rilevato il problema, si poteva comunicare al governo – o dichiarare pubblicamente – che una norma irragionevole minacciava di far fallire Expo, suggerendo un intervento legislativo. Era una soluzione legittima, perché nulla impedisce all’esecutivo di impegnare apertamente la propria responsabilità politica sopra una misura ad hoc – non ad personam – motivata da un chiaro interesse pubblico. Costruirla sarebbe forse stato difficile: ma questa è una valutazione che competeva al governo, non a chi aveva rilevato il problema.

Era una soluzione realistica, perché l’Italia aveva impegnato la propria credibilità su Expo. Infatti in seguito il governo interverrà spesso per assicurarne la buona riuscita. La stessa nomina di Sala a commissario unico, nel 2013, servì a rimediare a inefficienze e litigi tra il Comune e la Regione che avevano accumulato un preoccupante ritardo; e quando il progetto fu investito da un grave scandalo di corruzione, nel maggio 2014, un decreto legge subito conferì all’autorità anti-corruzione di Raffaele Cantone un mandato speciale e poteri straordinari sull’Expo.

Ed era la soluzione più ragionevole. Perché violare le regole inefficienti è un rimedio solo apparente, se resta episodico, poiché non rimuove il problema, oppure dannoso, se è sistematico, poiché incrina la supremazia della legge. Del resto è ovvio: in democrazia le regole sbagliate non si violano, si cambiano.

Che nessuno sembri essersene ricordato non deve sorprendere. Perché in Italia la supremazia della legge è significativamente più debole che nelle altre grandi democrazie consolidate e industrializzate, e la tolleranza per l’illegalità è significativamente più diffusa: in questo contesto, agli occhi di molti il disvalore di una violazione della legge fatta per fini meritevoli – seppure di nascosto, non apertamente – tende a dissolversi. Ma più questo atteggiamento si diffonde, più la supremazia della legge s’indebolisce.

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