i progetti per lo stadio

Il dilemma del nuovo San Siro nella Milano ferita dal Covid

Con i suoi faraonici progetti, ma con la realtà di una metropoli in difficoltà a causa della pandemia, quella del nuovo stadio è una sfida ad alto rischio

di Giulio Peroni

Lo stadio Giuseppe Meazza in San Siro (Imagoeconomica)

5' di lettura

San Siro, Milano, Italia. Quello che oggi (e ieri) era solo uno stadio, un'arena di sogni. Una storia di vita, di successi sportivo- imprenditoriali, ancestralità meneghina e bandiere, oggi è diventato un enorme dilemma per la città. Per il suo futuro. Un crocevia esistenziale, non solo economico- finanziario. Una sfida alla pandemia. Per molti una proiezione della tradizionale grandeur. Ma anche il rilancio della propria immagine anti-naif. Oppure una pericolosa contiguità coi grandi flop immobiliari degli ultimi anni, una asimmetria con il mondo lavorativo e sociale che sta cambiando numeri, iI concetti di tempo, spazio e status.

Milano e il destino di San Siro

Il destino di San Siro trascina con sé tutta Milano. Fomenta lo sviluppo di nuovi disegni e sociologie. La ricerca di una dimensione che non snaturi la propria essenza (culturale) di città finanziariamente credibile. All'avanguardia nella lungimiranza. San Siro non è più lo stadio della vita, la vita di uno stadio. Con i suoi faraonici progetti, ma con la realtà di una metropoli in trend negativo, è diventato uno scivoloso bivio sul domani. Forse un rischio. Magari un'opportunità. Di certo un rinnovo di patente nella leadership. Nazionale ed internazionale. Lo sa bene il sindaco Beppe Sala. Accorto ed assai ponderato sul tema. Anche e non solo in chiave politica. Con elezioni comunali alle porte.

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Comunque vada, qualunque cosa accada al “vecchio” Meazza di San Siro, per Milano sarà un cambio epocale. Forse una mutazione genetica.
Da una parte c'è il progetto condiviso da Inter o Milan. Con il nuovo avveniristico impianto di fianco all’attuale. Che sarà abbattuto. Tutto attorno una rivoluzione urbana, un po' di verde, grattacieli e centri commerciali, una sede per congressi. Ma c'è anche un altro progetto. Nasce da una idea di “galleria panoramica”, disegnato dagli ingegneri Riccardo Aceti e Nicola Magistretti. Un lavoro che parte dalla salvaguardia ambientale dell'area, ma anch'esso legato al profitto. Questa soluzione non prevede l'abbattimento di San Siro, l'aumento della cementificazione del suolo, ma il riadattamento del terzo anello a ristorante luxury. Infine ci sarebbe la terza, meno onerosa e più semplice soluzione: il restyling migliorativo dello stadio, magari con sfruttamento per attività commerciali della vicina area del galoppo. Ipotesi quest'ultima caldeggiata dall'intellighenzia meneghina, dalla maggioranza dei tifosi. I quali, a supporto, ricordano le 5 stelle in segno di eccellenza conferite al Meazza dalla Uefa in occasione della finale di Champions League disputatasi a Milano nel 2016. Un fermo immagine che però non asseconda la ricerca di nuovi asset da parte di Inter e Milan, obbligati per il fair play finanziario ad incrementare ricavi ed implementare lo stato patrimoniale. Anche attraverso lo stadio di proprietà. Inter e Milan però continuerebbero, anche in caso di un nuovo impianto, ad avere un stadio in comproprietà. Un caso unico.

I dubbi della Commissione antimafia del Comune

La soluzione San Siro ristrutturato, ma non rifatto ex novo come tutta la zona adiacente, non piace invece affatto alla Milano che non vuole mollare la propria vocazione modernista. Storicamente più dimensionata nel futuro che nel presente. Con la benedizione di investitori stranieri. Ma non della Commissione Antimafia di Palazzo Marino. Che sul Meazza ha già drizzato le antenne. Spiega David Gentili (Pd), presidente della Commissione. «Dopo quattro anni dalla prima richiesta e dopo la lettera formale del RUP del progetto Nuovo Stadio, inviata a inizio dicembre, sono arrivate, finalmente, le risposta delle due società. Nonostante le rassicuranti dichiarazioni di Zhang per l'Fc Internazionale l'11 gennaio, l'annunciata trattativa di vendita a Bc Partners, complica ulteriormente il percorso di trasparenza. L'opacità degli assetti proprietari è, per la normativa in essere, un chiaro indicatore di sospetto di riciclaggio. Le risposte giunte sono complesse e devono essere valutate con attenzione. Il cambio di titolare effettivo del Milan del 3 dicembre scorso è ancora indelebilmente impresso nella narrazione della vicenda».

Milano intanto vive di pensieri, progetti verticali. Anche quando la stagnazione economica farebbe pensare a rielaborazioni orizzontali. Cioè manutenzione del pre-esistente, pragmatismo, cautela sui grandi investimenti sfidanti ed imponderabili. La crisi, anche legata alla pandemia, ha prodotto nel 2020 il crollo del 10% del Pil del capoluogo lombardo. Milano è la città che ha perso più di tutti. Un dato allarmante. Pensando che con i suoi 367 miliardi di dollari, l'area metropolitana milanese è la prima in Italia e l'undicesima al mondo per prodotto interno lordo, nonché il sesto polo in Europa per investimenti stranieri.

Il progetto di Milan e Inter per il nuovo distretto dell'intera area di San Siro ANSA/UFFICIO STAMPA

Lo shock del Covid

Il calo di Milano è generalizzato, strutturale. Causa covid. E per gli effetti dei nuovi sistemi di mobilità lavorativa. Chiudono gli hotel (-85% il fatturato), sono crollati anche gli affitti (-4,5%), hanno cessato l'attività o abbassato le tariffe molti ristoranti e negozi. In Lombardia nell'ultimo anno hanno alzato bandiera bianca oltre 5 mila aziende. Con i salari italiani tra i più bassi d'Europa, che non crescono dall'inizio del 2000 (dati Ocse). In questo quadro empirico e congiunturale, rientrano tutte le valutazioni sull'opportunità, sulla reale efficacia di un San Siro epicentro di nuovi uffici, punti di ristorazione, avveniristici hotel. In un quartiere decentrato, periferico. Nella Milano fortemente “centrocentrica” nella sua economia. Anche e soprattutto quella legata allo svago e al tempo libero.

Sotto la Madonnina la gente (che arriva da tutta Italia) affolla ancora lo stadio. San Siro da tempo non ha eguali come media spettatori. Tuttavia è già abbondantemente fallito l'esperimento di redditivizzare il calcio a Milano anche nei giorni feriali. Indicativo il flop degli stores legati ai due club. Esperienza rivelatasi più produttiva in altre città, come Roma. Il principio che accomuna i due progetti di San Siro (quelle presentato dei due club e quello “alternativo” dei due ingegneri) è la drastica riduzione degli spettatori: da 80 a 60 mila. Dunque l'idea è la trasformazione da stadio “per tutti” a stadio più costoso e per elites. Con posti “premium” che da 6500 diventerebbero 12500. Insomma, a gran parte della gente comune che solitamente affolla il Meazza (nel 2019 l'Inter aveva una media di oltre 61 mila tifosi presenti, il Milan, che non primeggiava, 52 mila: ma per entrambe sempre il pienone nelle gare di cartello), verrebbe chiesto di rinunciare allo stadio. Un elemento che tradirebbe la sacrale trasversalità sociale del calcio, ma anche in controtendenza rispetto a molti casi in Europa, come avvenuto in occasione dei nuovi impianti a Colonia e a Londra sponda Tottenham, dove gli stadi sostitutivi hanno aumentato le rispettive capienze.

In attesa di conoscere la strada del Meazza, il cantante Roberto Vecchioni, l'ex campione dell'Inter “Spillo” Altobelli e un gruppo di amici (avvocati e professionisti), con l'ideale benedizione di Enrico Mentana e di altri intellettuali milanesi, hanno annunciato che in caso di demolizione si incateneranno allo stadio. Luci a San Siro. Non ne accenderanno più?


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