Interventi

Il diritto all’oblio, un obiettivo ancora da raggiungere

di Andrea Camaiora

3' di lettura

Diritto all'oblio contro diritto di cronaca? La riforma della Giustizia ha riaperto il confronto. Oggi il web si appropria di una notizia relativa all'avvio di una vicenda giudiziaria, rendendola potenzialmente disponibile per sempre, minando la reputazione del cittadino, del professionista, del protagonista delle istituzioni. E pazienza se poi gli indagati vengono prosciolti: la macchia reputazionale spesso permane a disposizione del consumatore/cittadino che si informa su Google per scegliere quel professionista, per giudicare quel politico, per valutare l'assunzione di lavoro nostra, di nostra moglie, di nostro figlio. In Italia, tale prospettiva è aggravata dalla spettacolarizzazione della giustizia che caratterizza da decenni quello che Daniel Soulez Larivière battezzò nel 1993 «cirque médiatico-judiciaire», in barba ai principi di non colpevolezza garantiti dalla Costituzione.
Oggi si pensa che la Riforma Cartabia, grazie ad alcuni emendamenti del deputato Enrico Costa, sancisca finalmente il cosiddetto “diritto all'oblio”, la possibilità di rimuovere nomi e riferimenti da articoli reperibili sul web inesatti o non più attuali: aggiustamenti che potranno passare anche attraverso la cosiddetta deindicizzazione.
Un principio di civiltà giuridica su cui l'Italia arriva con considerevole ritardo, inserendosi nel solco di una cornice normativa europea. Nel 2014 la prima sentenza della Corte di Giustizia Europea afferma che ogni cittadino può usufruire del diritto all'oblio.
Già nel 2013 una sentenza della Suprema Corte di Cassazione afferma la necessità di una “continenza espositiva” circa la reiterazione di notizie appartenenti a un passato lontano e senza più collegamenti attuali, concreti ed utili per l'opinione pubblica; anche il Garante della Privacy, nel 2019, aveva stabilito il diritto all'oblio proprio partendo dai dati presenti sul web. Nel 2021, così, il diritto all'oblio entra in un testo legislativo italiano prossimo all'approvazione: «Prevedere che il decreto di archiviazione, senza la sentenza di non luogo a procedere o di assoluzione, costituiscano titolo per l’emissione di un provvedimento di deindicizzazione che, nel rispetto della normativa europea in materia di dati personali, garantisca in modo effettivo il diritto all’oblio degli indagati o imputati». Su tutto si staglia la fondamentale sentenza della Cassazione (n. 6827/2014) relativa al diritto all'onore nella società mediatica da perseguirsi attraverso una difesa mediatica attiva della propria reputazione anche in corso di procedimenti giudiziari.
Con la Riforma Cartabia è dunque finalmente risolto ogni problema legato alla web reputation? Il diritto all'oblio diventerà automatico, immediato o immediatamente esigibile, senza alcuna distinzione di sorta? Assolutamente no. Il diritto all'oblio resta un “obiettivo da raggiungere” e in ogni caso da contemperare col diritto di cronaca.
Ma potrebbe e dovrebbe ribaltarsi la prospettiva: come esercitare il legittimo e indispensabile diritto di cronaca per non rendere necessario invocare il diritto all'onore e il diritto all'oblio? Un equilibrio ragionevole è possibile? Chi scrive ritiene di sì, ma rivedendo profondamente il modo di esercitare la professione giornalistica, secondo un approccio che insegua meno il sensazionalismo, sia più aderente ai fatti e si ponga autonomamente la tutela della dignità dei soggetti trattati.
Certamente, e ciò conta profondamente, se questa riforma sarà approvata, si disporrà di un effettivo strumento in più nella tutela dell'onorabilità di centinaia di persone che, ogni giorno, vedono lesa la propria dignità e scoprono necessari interventi di tutela reputazionale che una platea sempre più vasta di professionisti – sia comunicatori sia legali, sempre più spesso in collaborazione tra loro – offre al mercato italiano, in linea con le più moderne tendenze internazionali.
Ma a rappresentare la vera svolta – se effettivamente applicato – sarà il recepimento della direttiva 2016 sulla presunzione d'innocenza, che impone appunto di seguire il principio di non colpevolezza, laddove chiede il riserbo ai magistrati. Ovvero stop a conferenze stampa, salvo casi di «grande rilievo», e comunicazione centralizzata, con facoltà di parola riservata al solo capo della procura: più comunicati e meno conferenze stampa per una riduzione della spettacolarizzazione della giustizia. Alcuni anni fa nella disattenzione generale, giunto a capo della procura della Spezia, l'ex presidente dell'Anm Antonio Patrono ha scritto ai capi delle redazioni locali affinché evitassero di mettere ogni settimana fotografie dei pubblici ministeri, elevati al rango di star, perché consapevole che una simile tendenza avrebbe potuto indurre storture e perché dovrebbe essere pacifico che l'esercizio dell'azione penale, anche il più convinto e determinato, non necessiti di inseguire telecamere, flash e aperture di giornale.

Andrea Camaiora, The Skill
Esperto in tutela reputazionale e Litigation pr

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