Opinioni

Il diritto pubblico e privato in un’epoca che fa eccezione

La pandemia segnerà il nostro sistema giuridico e il ritorno alla “normalità” suscita problemi e dubbi

di Natalino Irti

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(ANSA)

3' di lettura

Il diritto non è spettatore inerte della tempesta che infuria sul mondo. In tutti gli Stati, orientali e occidentali, il coronavirus ha determinato un’intensa e assidua produzione di norme. Questo è, per così dire, il “diritto di guerra”, un quotidiano addensarsi di norme del più vario contenuto. È un diritto vagante di giorno in giorno, incerto come incerti sono il cammino, e le forme e i tempi, dell’invisibile nemico.

Se proviamo a immaginare il “dopo”, quando la tempesta sarà indebolita o placata, e il nostro sguardo si farà più limpido e asciutto, allora si delineano le conseguenze che la pandemia lascerà sul nostro sistema giuridico. E saranno conseguenze nei diversi campi del diritto pubblico e del diritto privato.

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Lascio le prime all’indagine di altri studiosi, limitandomi a segnalare, senza prender partito per una o altra soluzione, tre temi, che hanno la perentorietà dell’evidenza.

Il primo è nella sospensione (di fatto, se non di diritto) della democrazia parlamentare, poiché la nostra vita, domestica ed economica, privata e sociale, non è più retta da leggi approvate dalle Camere, ma da decreti e ordinanze del potere esecutivo.

Il secondo, e contiguo tema, è che lo “stato d’eccezione”, ancorché non previsto né disciplinato dalla Costituzione, è penetrato d’impeto, con la oscura violenza dell’incognito e dell’inatteso, nella concreta vita delle istituzioni. Basterebbe pensare alle restrizioni di talune libertà e alla molteplicità di “comitati” e “commissarî”, che offrono l’immagine (e forse non soltanto l’immagine) di una poliarchia tecnocratica.

Il terzo e ultimo tema è nel rapporto rissoso tra Stato e Regioni, da cui sembra sorgere l’inevitabile necessità di riforme costituzionali.

Non meno gravi e ardue si profilano le conseguenze nel diritto privato, e in ispecie nel diritto dei contratti e delle obbligazioni. La pretesa di disegnare un diritto “post-bellico”, cioè del “dopo”, sarebbe temeraria, ma possiamo ben fermare taluni spunti e indicazioni.

Intanto è da dire che, mentre il diritto di questi mesi ha carattere eccezionale e temporaneo (nel senso proprio e rigoroso dei termini), ai problemi del domani si potrà rispondere mediante l’uso del diritto comune, cioè delle norme già fissate nel codice civile e nelle leggi generali.

Queste norme permettono di considerare il coronavirus come un morbo, un fatto naturale, che incide sulla fisicità dell’individuo, e perciò vulnera il soggetto dell’azione, l’homo faber, che, da solo o insieme con altri, dà luogo a imprese economiche, a opere materiali e immateriali, a prestazioni e servizî di carattere collettivo.

Il virus, raggiungendo la dimensione planetaria della pandemia, ha un carattere obiettivo e generale, che trascende il dovere di sforzo e di dirigenza esecutiva gravante sui singoli debitori. Qui vengono in rilievo i provvedimenti autoritativi, i quali hanno colpito il circuito economico produzione/scambio: divieti di circolazione di persone e cose, interruzione di trasporti pubblici e privati, recinzioni territoriali ecc.

Sono tutte misure, che, oltrepassando e assorbendo la condizione individuale, determinano e costituiscono, in linea di principio, l’impossibilità della prestazione. L’art. 1218 del codice civile può trovare sicura applicazione (e già se ne fa opportuno richiamo in una norma del decreto legge dello scorso 17 marzo): dove la prestazione sia divenuta impossibile, e non sussista causa imputabile al debitore, ivi neppure sorge responsabilità. Si è sopra chiarito «in linea di principio», poiché sul creditore incombe l’onere di provare che, nonostante la eccezionale gravità della situazione complessiva, il debitore impegnando la comune dirigenza, ben avrebbe potuto eseguire la prestazione e così sottrarla al giudizio di generale impossibilità. L’impossibilità non è concetto fisico, ma giuridico, e va sempre definito e applicato nel quadro complessivo delle circostanze.

Anche all’indomani dei conflitti mondiali si posero problemi identici o simili, e anche allora si discusse intorno a diritto di guerra e diritto di pace, e, di contro alla più rigida concezione della “impossibilità”, fu fatto valere l’argomento di una situazione oggettiva, trascendente l’angusta prospettiva del singolo debitore.

Questi e altri rilievi suggeriscono la tesi (che vedo proposta, con altra motivazione, da giovani e valorosi colleghi, Alberto Maria Benedetti e Roberto Natoli) di un obbligo generale di rinegoziare dove sorga controversia circa la responsabilità per inadempimento o la continuità di rapporti contrattuali. Bisogna integrare o modificare il contratto mediante un altro contratto. La vecchia clausola rebus sic stantibus, maldestramente usata nella normalità dei casi, riacquista capacità di disciplina, poiché le res non stanno più come prima e dunque le parti debbono tornare a negoziare. Le controversie, che certo affioreranno intorno al contenuto “rinegoziabile”, andrebbero affidate a commissioni tecniche di arbitratori, le quali utilizzeranno parametri oggettivi di correzione per ciascun settore economico o categoria di imprese (ad esempio le “note mensili” dell’Istat). Arbitratori privati, scelti dalle parti o nominati dall’autorità giudiziaria, che perciò vedrebbe allargato il proprio compito soltanto a questo riguardo.

Il ritorno alla “normalità” suscita problemi e dubbî, che qui sono stati appena toccati.

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