l’analisi

Il diritto di tutti a strumenti e servizi digitali efficienti

di Lello Naso


2' di lettura

La crisi del coronavirus ha confermato molte delle analisi che abbiamo letto in questi anni sull’Italia digitale, ma ha spazzato via anche una serie di luoghi comuni.

L’arretratezza dei collegamenti veloci si paga in termini di erogazioni di servizi. Abbiamo visto andare in tilt il sito dell’Inps travolto dalle domande per contributo di 600 euro così come lo avevamo visto collassare undici anni fa per la sanatoria di colf e badanti. Poco è cambiato. Abbiamo visto il servizio di consegne a domicilio della grande distribuzione andare in affanno perché gli italiani fino alla crisi utilizzavano con il contagocce il delivery della spesa. Non erano organizzati perché il mercato non c'era. Abbiamo visto, per lo stesso motivo, il contingentamento delle consegne di merce anche da parte dei colossi dell’e-commerce. Abbiamo visto le scuole accorgersi che il registro elettronico poteva diventare una piattaforma per l'e-learning, ma che si potevano usare anche altre piattaforme per insegnare a distanza. E le aziende che lo smart working non era un nemico ma un utile strumento per efficientare il lavoro. Abbiamo visto che il sistema delle tessere sanitarie regionali, considerato l’avanguardia digitale, ha funzionato poco o nulla (qualcuno, in Lombardia, ricorda la vendita nelle edicole, nel 2008, del lettore della tessera sanitaria da collegare al computer?).

L’elenco potrebbe continuare ancora a lungo, nel pubblico e nel privato. La sintesi è che l’Italia è sfornita di una colonna vertebrale digitale, l’archivio dei dati e le strutture, intorno ai quali costruire un sistema efficiente di erogazione di servizi. Primo fra tutti la app per il tracciamento del Covid-19 che larga parte della popolazione non può scaricare perché sprovvista di smartphone o tablet.

Però in queste settimane abbiamo sfatato anche una serie infinita di luoghi comuni. Il primo, il più grande, che gli italiani sanno usare lo smartphone solo per videogiocare, fare selfie e chattare. Diligentemente, con mezzi di fortuna (il 40% delle famiglie del Sud non ha un computer a casa), gli italiani hanno lavorato a distanza, comprato online, insegnato e studiato davanti a un portatile. Hanno dimostrato un’attitudine digitale molto maggiore di quello che si immaginava.

Questa crisi ha indicato una via, non c’è dubbio. Ha mostrato le lacune del sistema e ha dettato l’agenda a chi dovrà occuparsi, seriamente, della digitalizzazione del Paese. La pubblica amministrazione, prima di tutto. La scuola e la sanità. Le banche dati dei servizi. Le piattaforme logistiche digitali e interconnesse. La dotazione degli strumenti digitali a tutta la popolazione, senza distinzione di reddito e collocazione geografica. Ultima nell’elenco perché è l’unica cosa di cui si parla (anche troppo), la connessione veloce di tutto il territorio, comprese le zone a fallimento di mercato. Anche in quelle aree ci sono bambini che vanno a scuola, genitori che si ammalano e nonni che possono essere assistiti a distanza.

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