bilanci cittadini in crisi

Il dissesto infinito di Catania e il fallimento del «salva-comuni»

di Gianni Trovati


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(Agf)

3' di lettura

Solo sei settimane fa Salvo Pogliese entrava trionfalmente a Palazzo degli Elefanti, dopo che gli elettori di Catania l’avevano eletto sindaco al primo turno con una coalizione di centrodestra stracciando il centrosinistra dell'uscente Enzo Bianco e relegando sotto al 16% un Movimento Cinque Stelle che alle politiche di marzo aveva raccolto in città il 47% abbondante.

Ora Pogliese ha due mesi di tempo per evitare il dissesto della seconda città della Sicilia, in un’impresa che i numeri messi in fila dalla Corte dei conti indicano come disperata. I magistrati contabili hanno di fatto già commissariato il Comune, bloccando tutte le spese non obbligatorie. Ma le 52 pagine della delibera che condanna Catania raccontano una storia che si ripete anche lontano dall'Etna. E che nei tanti Comuni in crisi, da Napoli a Palermo senza dimenticare Messina, mostra il fallimento delle regole scritte per evitare il fallimento.

Ma da Catania, ultima vittima eccellente, bisogna partire, e bastano tre cifre per inquadrare il disastro dei conti: un debito da 1,58 miliardi pesa su un bilancio che nell'ultimo consuntivo mostra un rosso annuale da 537 milioni, cioè quasi il triplo rispetto ai 211 milioni a cui si fermano le entrate dei tributi locali. Perché a Catania le entrate non entrano: nel 2015 il Comune ha incassato davvero solo il 11% delle multe, e l'anno dopo questo magro risultato è stato quasi dimezzato fermandosi sotto il 6 per cento. Ma anche Imu, Tasi e Tari latitano, e la lotta all'evasione è praticamente ferma: nel 2015 è riuscita a recuperare lo 0,45% del dovuto, e l'anno dopo è salita al 22,6% ma solo perché gli accertamenti sono crollati.

Con questa falla smisurata nel serbatoio, il motore va avanti solo con le anticipazioni, cioè i prestiti dallo Stato che andrebbero restituiti con gli interessi. Ma anche i soldi per i rimborsi mancano, e il buco si allarga: 42 milioni di scoperto nel 2013, 137 nel 2014 su su fino ai 173 del 2016.

Già, perché l'altra caratteristica che accomuna l'agonia catanese a quella degli altri municipi in crisi è la sua eternità. Pogliese, incolpevole per ovvie ragioni di calendario, ha subito evocato l'«eredità drammatica» ricevuta da Enzo Bianco, che nel 2013 aveva a sua volta ereditato da Raffaele Stancanelli (Pdl) un piano anti-dissesto rivelatosi insostenibile alla prova dei fatti.

Anche perché i 140 milioni da ripianare in sette anni si sono presto trasformati in 551 milioni, dopo che la riforma dei bilanci locali ha imposto di pulire i conti dalle vecchie entrate ormai impossibili da riscuotere. Per risalire la montagna del passivo, Catania dovrebbe quindi accantonare 18 milioni all'anno fino al 2046, senza ovviamente aprire nuovi buchi e restituendo anche i prestiti ottenuti dal Tesoro per la gestione corrente e dalla Cdp per pagare i debiti commerciali. Perché quando il Comune non incassa le entrate, i servizi vanno a singhiozzo e le fatture restano nei cassetti: e a pagare il conto sono sempre cittadini e imprese.

È questo il risultato classico del circolo vizioso che stringe il cappio sui Comuni in crisi, favorito da regole pensate per rimandare i problemi più che per risolverli. I piani “anti-dissesto” nascono nel 2012, quando per scansare un altro colpo sulla credibilità internazionale sull'Italia del super-spread il governo Monti ha messo un tampone contro il rischio di dissesti a catena nel Sud, mentre in Spagna saltavano i conti di una regione dopo l'altra. Il meccanismo originario permetteva di evitare il dissesto in cambio di un piano che a suon di aumenti fiscali e tagli di spesa riportasse i conti comunali in equilibrio strutturale in dieci anni. Ma tra rimodulazioni continue e cambi di regole, gli anni sono diventati 30, con il solito meccanismo che nella finanza pubblica italiana scarica sui figli i debiti accumulati dai padri. Tutti gli interventi di questi anni si sono preoccupati di allungare i tempi di risoluzione del problema ma si sono disinteressati della sua causa: i buchi nella riscossione, che rendono impossibile attuare davvero i piani di riequilibrio più o meno ambiziosi scritti sulla sabbia.

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