teatro

Il Divinissimo Raffaello

La pièce di Michele Pagliaroni plasma le tracce dell’urbinate attraverso “lo sguardo” del rivale Sebastiano del Piombo

di Asia Vitullo

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La pièce di Michele Pagliaroni plasma le tracce dell’urbinate attraverso “lo sguardo” del rivale Sebastiano del Piombo


4' di lettura

«Tal che tanto ardo, che né mar né fiumi spegner potrian quel foco» scriveva Raffaello Sanzio nelle sue Rime, recentemente ripubblicate da Garzanti (a cura di Ettore Camesasca, pp. 256, € 15).

La sua morte, sopraggiunta il 6 aprile 1520, non ha spento l'ardore di quel fuoco eterno. Innumerevoli sono le iniziative promosse per il cinquecentenario della sua scomparsa e, tra tutte, la città di Urbino rende omaggio al divin pittore a teatro.

Abbiamo incontrato Michele Pagliaroni, attore, drammaturgo, regista e direttore artistico del Centro Teatrale Universitario Cesare Questa , il quale ha scritto e diretto una pièce legata alla figura di Raffaello. Divinissimo (debutterà a luglio all'interno del festival Urbino Teatro Urbano) è una commedia d'arte che, tra Rinascimento e slancio moderno, cerca di plasmare e rincorrere le tracce del genio urbinate.

Ci può raccontare com'è nata l'idea dello spettacolo?
«È nata in un momento perfetto e da una serie di incontri felici. Nel 2017 proponemmo a Luigi Bravi (presidente dell'Accademia Raffaello) di sostenere la produzione di uno spettacolo su Raffaello Sanzio. L'idea fu subito accolta e, con grande lungimiranza, si progettò un percorso di creazione che, attraverso fasi intermedie, potesse accompagnare lo spettacolo all'allestimento del 2020, anno del Giubileo raffaellesco. La collaborazione del Comune di Urbino e di AMAT (Associazione Marchigiana Attività Teatrali, ndr) è stata fondamentale in questo percorso».

La pièce ruota attorno alla prospettiva di Sebastiano del Piombo. Perché ha scelto di servirsi di questo particolare scorcio per delineare il profilo di Raffaello Sanzio?
«Penso che Raffaello sia irrappresentabile se non attraverso un “contratto” con il pubblico che precluda ogni possibilità di evocare un sistema realistico. Nella nostra percezione collettiva Raffaello ha un volto ben definito ed è quello del suo Autoritratto giovanile esposto agli Uffizi. Ho dunque escluso da subito l'ipotesi di sovrapporre il viso di un attore a quello del dipinto; la sola idea mi appariva quasi un tradimento. Oltre a ciò, il mio intento di autore non era in nessun modo biografico. In passato sono state scritte molte opere teatrali su Raffaello e tutte (!) mettevano in scena il rapporto tra il Sanzio e la Fornarina (Margherita Luti, sua modella e, pare, amante). Così ho cercato un altro punto di vista per raccontare il “pittore divino”, dal quale volevo far emergere una scrittura comica che permettesse a me e agli attori di giocare con il teatro e con la pittura. Per farlo avevo bisogno di fare leva su di una prospettiva tragica e così ho scelto quella di un suo diretto rivale, il veneziano Sebastiano del Piombo. A Roma, in Villa Farnesina, prima di accedere alla celeberrima Loggia di Psiche, c'è una parete su cui, affiancati, si possono ammirare il Polifemo di Sebastiano e il Trionfo di Galatea di Raffaello. Il ciclope, seduto su uno scoglio, volge lo sguardo in direzione della ninfa: Divinissimo è un distillato di quello sguardo».

Ogni personaggio sembra incarnare diverse sfumature dell'interiorità umana: superbia, lussuria, ingenuità, astuzia, amore. Nel suo spettacolo quale “tonalità” vince sulle altre?
«Raffaello ci viene sempre raccontato come un campione di purezza e di grazia, una personalità eterea, quasi angelica. A questa visione dominante sicuramente ha contribuito la propaganda della Chiesa, principale committente del lavoro del pittore nell'ultima parte della sua breve vita, sotto i pontificati di Giulio II e di Leone X. Già il Vasari nelle sue Vite ne parla in questi termini e una delle più accreditate biografie contemporanee sul pittore di Urbino si intitola emblematicamente Una vita felice (Antonio Forcellino, Raffaello. Una vita felice, Laterza 2006, ndr). Con Divinissimo ho voluto portare in superficie altri caratteri del pittore, forse meno conosciuti. A incarnarli sono i personaggi dello spettacolo, tutti ispirati a persone realmente esistite e legate all'esistenza terrena di Raffaello: ad esempio Giulio Romano, allievo dell'Urbinate, rappresenta il suo lato più mondano e passionale, Agostino Chigi (il celebre banchiere-mecenate) rimanda al Sanzio spietato impresario del proprio lavoro e Giovanni da Udine incarna il lato più infantile dell'artista, congiunto al ricordo antico della madre e al rapporto con l'amorevole padre-maestro. Raffaello ha amato, ha odiato e ha disperatamente invidiato. E ha saputo ricavarne un'arte immortale. A ogni personaggio ho voluto dare lo stesso numero di battute proprio perché penso che nella vita di Raffaello – e nella nostra – non ci siano sentimenti meno presenti, ma solo sentimenti meno raccontati».

«Sono scesa agli Inferi, ho superato l'ultima prova e sono tornata per te»: sono le parole che Francesca Ordeaschi rivolge all'amato. Il riferimento alla mitologia classica è evidente, ma il suo Orfeo riesce a risalire dal regno di Ade e a non voltarsi indietro. Secondo lei, il teatro può rappresentare di per sé un tipo di catabasi?
«Nel nostro spettacolo non solo Francesca ma tutti i personaggi hanno bisogno di rifarsi al mito per non perdersi. Come la catabasi, il teatro è la rappresentazione di un'antica esigenza umana di avvicinarsi al Mistero. Il teatro dà forma a questo avvicinamento attraverso le vicende degli eroi che vediamo in scena, dai quali ci sentiamo rappresentati con tutte le nostre paure e le nostre speranze. Potremmo spingerci oltre fino a considerare il teatro come una catabasi istituzionalizzata, perché, come insegnano i miti, nessuno può avvicinarsi da solo al Mistero: Orfeo scende agli Inferi con la sua lira, Dante viene guidato da Virgilio, Dioniso ha Xantia e lo spettatore può contare sugli attori».

Raffaello e la sua arte respirano ancora nella città di Urbino?
«Sono tornato a vivere a Urbino da qualche anno ed è immediatamente evidente quanto gli urbinati siano orgogliosi del loro illustre concittadino; lo chiamano “Rafaèl”, con sincero affetto. È bello sentirne parlare come di qualcuno realmente presente nelle loro vite, come può essere un figlio o un amico lontano. Urbino è la città di Raffaello non solo perché qui il Sanzio è nato, ma perché solamente qui la sua memoria viene celebrata collettivamente da tutta la comunità».

Divinissimo, di Michele Pagliaroni, con Alessandro Blasioli, Valentina Bonci, Giacomo Lilliù, Michele Pagliaroni, Giacomo Stallone, Daniele Targhini, regia Michele Pagliaroni
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