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Il divorzio romeno prevale sulla separazione italiana

di Enrico Bronzo


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(Fotolia)

4' di lettura

La Corte Ue si è occupata (sentenza C-386/17) di una vicenda riguardante un cittadino italiano e una signora romena, sposati in Italia nel 2005 dove hanno stabilito la loro residenza familiare. L’anno dopo è nato un figlio e sempre lo stesso anno la coppia è andata in crisi. La signora è tornata in Romania portando con sé il bambino di pochi mesi. Da allora, né la signora né il bambino sono più rientrati in Italia.

L’uomo voleva che fossero i guiudici italiani a esprimersi sulla separazione richiesta al Tribunale di Teramo, ma la donna nel 2009 aveva ottenuto in Romania il divorzio e oggi la Corte Ue, a cui si era rivolta la Corte di cassazione italiana, ha detto che va bene così, che la sentenza romena è valida anche per quanto attiene l’affidamento del figlio. Vediamo i fatti.

Nel 2007, i coniugi hanno come detto chiesto al Tribunale la separazione giudiziale. Ognuno dei due coniugi ha chiesto l'affidamento esclusivo del figlio a sé. Nel 2012, cinque anni dopo, il Tribunale di Teramo ha dichiarato la separazione dei coniugi e avviato l'istruttoria per l'affidamento del minore.

Nel frattempo, nel 2009, la signora si è rivolta al Tribunale di Bucarest, chiedendo il divorzio e l'affidamento esclusivo del figlio a sé.

Il signor Liberato ha sollevato davanti a tale giudice l'eccezione di litispendenza, visto che un tribunale italiano era stato adito per primo.

Sentenza della Corte

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Ciononostante, il Tribunale di Bucarest, con sentenza divenuta definitiva nel 2013 in grado d'appello, ha respinto l'eccezione dell’uomo e accolto le domande della signora.

In particolare, i giudici romeni hanno ritenuto che non vi fosse litispendenza perché in Italia era stata chiesta la separazione mentre in Romania (dove non esiste l'istituto della separazione) era stato chiesto il divorzio.

I giudici romeni hanno ritenuto che non vi fosse litispendenza perché in Italia era stata chiesta la separazione mentre in Romania (dove non esiste l'istituto della separazione) era stato chiesto il divorzio

Con sentenza del 2013, emessa circa un mese dopo che la sentenza romena era divenuta definitiva, il Tribunale di Teramo ha disposto l'affidamento esclusivo del minore al padre e respinto la richiesta della signora di riconoscere la sentenza (di segno contrario) pronunciata in Romania.

Il Tribunale di Teramo ha motivato tale rigetto con la violazione da parte delle autorità romene delle regole sulla litispendenza, non essendosi tali autorità astenute dal giudicare una vicenda che era già sub iudice in Italia.

Nel 2014, la Corte d'appello dell'Aquila, adita dalla signora , ha riformato la sentenza del Tribunale di Teramo, riconoscendo la sentenza di divorzio e affidamento del minore alla madre pronunciata in Romania. Secondo la Corte d'appello, il mancato rispetto delle regole sulla litispendenza non rientra tra i criteri che possono essere fatti valere per escludere il riconoscimento in Italia della sentenza straniera.

L’uomo ha impugnato in cassazione la sentenza della Corte d'appello dell'Aquila.

La Corte suprema di cassazione ha deciso, in tale contesto, di sottoporre alla Corte di giustizia alcune questioni pregiudiziali sulla litispendenza nel diritto dell'Unione e, in particolare, sulle conseguenze della violazione delle regole della litispendenza. La Corte di Cassazione ritiene, infatti, che la sentenza definitiva romena di cui è chiesto il riconoscimento in Italia sia stata resa da un giudice che, in quanto adito per secondo, era sprovvisto del potere di decidere. In tal senso, la sentenza romena potrebbe ritenersi lesiva dell'ordine pubblico nazionale e ciò comporterebbe la sua non riconoscibilità in Italia.

Con la sentenza odierna, la Corte dichiara che le norme sulla litispendenza di cui ai regolamenti (Ce) n. 44/2001, in materia di obbligazioni alimentari, e n. 2201/2003, in materia matrimoniale e di responsabilità genitoriale, impediscono alle autorità giurisdizionali italiane, adite per prime, di negare il riconoscimento di una decisione già definitiva, per il solo motivo che quest'ultima è stata adottata da un'autorità giurisdizionale, romena, che è stata adita successivamente.

Innanzitutto, la Corte conferma che nel caso di specie vie era litispendenza, poiché in virtù della sua precedente giurisprudenza tale situazione può avere luogo tra procedimenti instaurati dinanzi alle autorità giurisdizionali di diversi Stati membri anche qualora essi riguardino la separazione personale ed il divorzio, ma a condizione che vi sia identità delle parti. Lo stesso vale se un procedimento riguarda il vincolo matrimoniale e l'altro la responsabilità genitoriale o gli alimenti.

In secondo luogo, la Corte constata il mancato rispetto da parte delle autorità giurisdizionali rumene, successivamente adite, delle norme sulla litispendenza, poiché non hanno né sospeso il giudizio, né rispettato la dichiarazione di competenza resa dal giudice italiano.

Nonostante tali considerazioni, la Corte ritiene che il mancato rispetto delle norme dell'Unione sulla litispendenza non costituisca un motivo di non riconoscimento di una decisione per contrarietà manifesta all'ordine pubblico.

Infatti, tale causa di non riconoscimento dev'essere interpretata restrittivamente, poiché è suscettibile di ostacolare la realizzazione di uno degli obiettivi fondamentali dei suddetti regolamenti: la creazione di uno spazio giudiziario, fondato sulla cooperazione e sulla fiducia tra autorità giurisdizionali, incluso il reciproco riconoscimento delle decisioni giudiziarie.

Ricapitolando
Visto che i regolamenti non autorizzano l'autorità giurisdizionale preventivamente adita (nel caso di specie, il giudice italiano) ad effettuare il riesame della competenza dell'autorità giurisdizionale successivamente adita (il giudice rumeno) e nemmeno a negare il riconoscimento di una sua decisione, per il solo motivo che il diritto dell'Unione sia stato male applicato, va bene la decisione dei giudici romeni (dopo 13 anni di tribunali, tra 4 anni il figlio è maggiorenne ndr).

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