Istituzioni Ue

Il dopo-Draghi e i dubbi su Weidmann

di Isabella Bufacchi

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4' di lettura

Avranno iniziato con il ministro europeo delle Finanze, prendendola alla larga. Poi Merkel e Macron saranno arrivati al dunque, le “poltrone finanziarie” in scadenza o in ballo, otto solo in Bce compresa quella di Draghi. Un gioco che rischia di lasciar un Paese senza: l'Italia.

La poltrona di ministro europeo delle Finanze, quella che più di tutte rappresenterebbe la massima integrazione perchè espressione di unione fiscale, ancora non c’è. Angela Merkel e Emmanuel Macron ne hanno discusso ieri, ma partendo da posizioni distanti, con la Germania che la vede come il più lontano punto di arrivo di un lunghissimo percorso, con la Francia che la rilancia come traguardo alla portata.

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La superpoltrona europea che invece c’è già, e che tra tutte quelle esistenti manifesta con la nascita dell’euro un indiscusso successo di unione europea, è quella del presidente Bce. E della successione a Mario Draghi, il cui mandato scade nell’ottobre 2019, Germania e Francia hanno iniziato a parlarne già da ora.

Perchè da questa poltrona, direttamente o indirettamente, dipende un giro di sedie musicali molto esteso, che riguarda otto postazioni in scadenza in Bce (tra le quali subito il vice Vitor Constancio, poi la numero uno dell’ Ssm, il Consiglio di vigilanza, la francese Danièle Nouy e a seguire Ignazio Angeloni), e tre rinnovi recenti in mano alla Germania che potrebbero essere rimessi in discussione (Hoyer alla Bei, Regling all’Esm, Lehne all’Eca) per non parlare dei grandi giochi in arrivo con il rinnovo della Commissione europea e il presidente del Consiglio europeo in scadenza nel dicembre 2019, quest’ultimo adocchiato dalla Merkel nel caso di rimpasto della GroKo.

Buba e mercati

La scelta del prossimo presidente di quella che molti considerano la banca centrale più potente e più influente al mondo, la Bce, è meno ovvia di quanto possa sembrare. Dopo il francese Trichet e l’italiano Draghi, appare evidente che sia arrivato il turno della Germania: anche se dietro le quinte a Francoforte c’è chi sottovoce fa cenno a una regola non scritta che escluderebbe dalla presidenza il Paese che ospita i quartieri generali della Banca.

Il presidente della Bundesbank Jens Weidmann, che proprio quest’anno compie 50 anni, è partito con largo anticipo per prepararsi al grande ruolo, iniziando già da qualche tempo a smussare molti dei suoi spigolosi angoli da falco convinto, che spesso in passato lo hanno isolato all’interno della Banca: ma per quanto ammorbidite, le sue posizioni continuano a essere considerate dalla platea finanziaria “non core” ora rigide ora estreme. E soprattutto, Weidmann userebbe un linguaggio non proprio “market friendly”, che i mercati potrebbero fraintendere. Non sempre tra la Germania e i mercati c’è infatti “feeling” e di questi tempi il governatore di una delle principali banche centrali al mondo deve saper tastare il polso dei mercati, e dialogarci. Voci di corridoio darebbero addirittura in corsa per la poltrona di Draghi la vice di Weidmann, Claudia Buch, una brillante professoressa con un piglio che potrebbe piacere ai mercati. E sarebbe la prima donna numero uno della giovane Bce.

L’egemonia tedesca

Quel che può sbarrare fortemente la strada a Weidmann è altro. Se la Germania dovesse portare a casa la poltrona del presidente Bce, avrebbe l’en plein, la massima vincita possibile. Siederebbero tedeschi al posto di guida delle cassaforti europee (anche se le decisioni sono collegiali): oltre alla banca centrale, l’Europa si ritroverebbe con un tedesco numero uno nelle principali istituzioni finanziarie europee, Hoyer alla Bei, Regling all’Esm, Koenig al Single Resolution Board e persino Rolf Wenzel alla Ceb (Council of Europe development bank). Per non parlare della Corte dei conti europea, la Eca, che è il controllore proprio di Bce, Bei e Esm: guidata dal tedesco Lehne.

Corre voce che la Germania, per far spazio all’ascesa di Weidmann, sia disposta a rinunciare a qualcuna delle poltrone appena rinnovate: Hoyer ha iniziato a gennaio il suo secondo mandato, era già in pole position per divenire ministro delle Finanze (liberale) del governo della coalizione Giamaica; Regling potrebbe non divenire in automatico il managing director del Fondo monetario europeo (essendo già passato dalla guida dell’Efsf all’Esm).

Giro di valzer in Bce

Partendo dai piani alti del maestoso grattacielo Main Building, dall’ufficio di Draghi, a cascata sono ben otto le posizioni in Bce di rilievo che scadranno e che dovranno essere rinnovate nell’arco del triennio 2018-2020. La prima disponibile è quella del vice ricoperta da Vitor Constancio: scade a maggio ma la corsa al successore è già iniziata. Tra i candidati in pole position spiccano quelli dei governatori delle banche centrali di Irlanda e Finlandia, rispettivamente Philip Lane e Erkki Liikanen. Entro fine 2018 si dovrà trovare chi prenderà il posto di Nouy all’ Ssm e subito dopo della sua vice la tedesca Sabine Lautenschlaeger: scadono Angeloni, Praet, Coeuré e Mersch nel 2019-2020.

La partita dell’Italia

Se il gioco delle sedie musicali lo fanno Germania e Francia, approfittando della chiamata alle urne italiane e scommettendo su una GroKo che ancora nonc’è, l’Italia rischia di rimanere senza una poltrona di altissimo piano, dopo aver lasciato vuota quella di Draghi. È difficile sperare che all’Italia possa andare la guida di un’istituzione che ha a che fare con il debito pubblico (Esm o Fme) o con banche e Npl (Ssm e Srb). Ma non va escluso che all’Italia possa spettare la carica di vice del presidente della Bce, che pesa sulla vigilanza, o di presidente della Bei.

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