politica 2.0

Il doppio gioco di Salvini con Di Maio e Palazzo Chigi

di Lina Palmerini


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Imagoeconomica

2' di lettura

Dopo la sconfitta elettorale dei 5 Stelle, Salvini appare il miglior difensore di Luigi Di Maio. Mentre il suo alleato viene attaccato all’esterno e all’interno per le pesanti perdite di consenso, è il leader leghista a offrirgli uno scudo sdrammatizzando l’esito delle urne. Anche ieri si è speso per lui. «Ho detto a Luigi: fossi in te non ne farei un dramma, perché un conto è il dato politico o delle europee, altro è il dato locale. Quelle comunali e regionali sono le competizioni meno congeniali per i 5 Stelle». Sembra che a parlare sia l’ufficio stampa dei grillini, invece è il ministro dell’Interno che ha chiaro come in questa fase mettere sotto pressione Di Maio vorrebbe dire correre dei rischi. Rischi che sono anche suoi.

Per esempio, solo dopo il 20 marzo ci sarà il voto – nell’Aula del Senato - sull’autorizzazione a procedere nei suoi confronti e quel fair play verso il Movimento va letto anche in questa chiave. È vero che in suo soccorso correrebbero sia Forza Italia che Fratelli d’Italia, ma non avere i voti della maggioranza sarebbe un problema politico serio. Tra l’altro, a Palazzo Madama i voti di scarto sono pochi e Salvini non può permettersi di accentuare le crepe dentro il gruppo parlamentare 5 Stelle. Inoltre a fine marzo c’è la conversione in legge del decreto su quota 100 e reddito di cittadinanza e pure quella data va preservata.

Anche le dichiarazioni gelide che Salvini riserva a Berlusconi e al ritorno del centro-destra sono obbligate visto che evocare, anche solo lontanamente, la possibilità di rientrare nello schema di coalizione di un anno fa, darebbe ai 5 Stelle il segnale sicuro che il Governo è agli sgoccioli. E invece Salvini ha ancora bisogno di tempo non solo per affrontare le europee senza prendersi la colpa di aver fatto naufragare l’Esecutivo – un prezzo che si paga sempre – ma anche per mettere dei tasselli che gli sono indispensabili per la campagna elettorale.

È qui che si vede come lo “scudo” a Di Maio sia solo tattico. Perché se con una mano offre una stampella a Di Maio sdrammatizzando le performance alle regionali, con l’altra impone la sua agenda a premier e vicepremier alleato. E non solo con una sua bandiera - l’autonomia differenziata - ma entrando a gamba tesa sul decreto sblocca-cantieri, facendo sapere di aver mandato una proposta elaborata dalla Lega a Palazzo Chigi e di aspettare una risposta entro oggi. Dichiarazioni così sbrigative che dagli uffici di Conte hanno fatto uscire una nota per derubricare quelli di Salvini a «suggerimenti». Insomma, pure ieri si è conquistato il titolo di giornata per dimostrare che è lui che spinge l’acceleratore del Governo.

Alla fine quello del leader leghista con Di Maio sembra il gioco del gatto con il topo, un po’ lo tiene in piedi per poi attaccare. Consapevole di dover fare una campagna elettorale con un suo registro, distinto e diverso dai 5 Stelle su cui - piano piano - sta scaricando la responsabilità di frenare lo sviluppo. E intanto Giorgetti con i suoi incontri politico-finanziari americani, affronta (in rappresentanza della Lega) il tema cruciale del dopo europee: l’economia.

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