il caso

Il Dpcm anti Covid doveva essere impugnato? Ecco che cosa dice davvero l’ordinanza del tribunale

Alcune interpretazioni relative alla recente pronuncia del Tribunale di Roma hanno fatto pensare all’illegittimità dei provvedimenti emergenziali dovuti al virus. Ma non è esattamente così

di Matteo Gozzi

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3' di lettura

In questi giorni i vari canali di comunicazione hanno dato ampio risalto a un’ordinanza di rilascio di un immobile pronunciata il 16 dicembre 2020 (n. 25283) dal Tribunale ordinario di Roma. La ragione della rilevanza mediatica del provvedimento risiede nella lunga critica, contenuta nella relativa motivazione, rispetto alle disposizioni emergenziali e alla relativa legittimità costituzionale e amministrativa.

La questione iniziale

Per comprendere il problema occorre, tuttavia, svolgere un breve inquadramento della fattispecie: come spesso accade in questi tempi, il conduttore di un’attività commerciale aveva invocato l’esistenza della situazione di emergenza sanitaria al fine di ottenere una revisione del rapporto di affitto e cercare di fermare una richiesta di rilascio dell’immobile per morosità. Sul punto giova premettere che il Tribunale – nella parte finale della decisione – ha illustrato le ragioni che lo hanno indotto a disporre, invece, il rilascio del bene escludendo gli strumenti civilistici applicabili alle alterazioni del sinallagma contrattuale (quali l’impossibilità della prestazione nelle sue varie accezioni o l’eccessiva onerosità della stessa) e soffermandosi anche sulla rilevanza dei meccanismi compensatori adottati dal legislatore. Sino a qui si tratta, dunque, dei normali argomenti di cui si dibatte in questi mesi in materia locatizia a fronte della impossibilità di reperire nel Codice civile una disciplina precisa per le circostanze straordinarie che la nostra società sta affrontando.

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Il ruolo del Dpcm

La parte della decisione che, invece, ha destato più interesse è quella in cui il Tribunale ha precisato che le limitazioni al pieno godimento del bene non sarebbero discese dalla pandemia in atto (escludendo tecnicamente che la stessa possa configurare una situazione di impossibilità assoluta), ma dal Dpcm adottato dal Governo con la conclusione - preceduta da ampie e dettagliate argomentazioni - secondo la quale la società conduttrice «ben avrebbe potuto (ed, anzi, dovuto) impugnare tale atto, con ciò eliminando in radice le conseguenze che ne sono derivate. La caducazione infatti avrebbe interessato l’intero Dpcm, trattandosi di disposizioni correlate le une alle altre, in un rapporto di stretta connessione che le avrebbe travolte nella interezza».

Ordinanza “limitata” al singolo caso

Al riguardo non si vuole e non si può affrontare teoricamente il tema, oggetto di autorevoli dibattiti, della legittimità costituzionale e amministrativa delle limitazioni alla vita di tutti che sono state adottate a causa della emergenza sanitaria in essere. Pare, invece, opportuno chiarire che le considerazioni svolte dal Tribunale costituiscono una valutazione svolta al fine di giudicare solo sul comportamento del singolo conduttore senza ovviamente che ciò possa spiegare un effetto giuridico diretto sui provvedimenti straordinari del Governo i quali restano ad oggi perfettamente validi e vincolanti.Quanto alle argomentazioni svolte in merito alla diligenza del conduttore pare inoltre legittimo - sia pure ad una prima lettura - qualche dubbio giuridico in merito alla possibilità di criticare la parte per il fatto di non essersi opposta e non avere ottenuto in via giudiziale la disapplicazione delle previsioni del Dpcm. La previsione dell’esito di qualunque processo costituisce, infatti, un’operazione che – nella generalità dei casi – può definirsi come pressoché impossibile trattandosi di preconizzare l’esito di quel lavoro straordinariamente difficile nel quale si sostanzia il compito di giudicare (come scriveva Piero Calamandrei, in ogni processo molteplici sono i punti di diritto e di fatto da risolvere, e prima di giungere alla decisione definitiva, il giudice deve spesso pronunciare una quantità di decisioni pregiudiziali e interlocutorie, nelle quali alle questioni di merito si alternano le questioni processuali) e da ciò discende, a mio avviso, l’estrema difficoltà di rimproverare a una parte il fatto di non avere agito vittoriosamente contro il Dpcm (così come la scelta di non affrontare i costi, i tempi e i rischi di un siffatto percorso giudiziale).

Le altre pronunce

Il tutto, poi, è reso più complesso per il fatto che sono state plurime le pronunce giurisdizionali intervenute nel riconoscere, invece, la validità e l’efficacia delle misure straordinarie del Governo (ad esempio, nel limitare temporaneamente il diritto di visita nelle relazioni familiari; nel rigettare le istanze cautelari variamente proposte innanzi a diversi Tribunali amministrativi per ottenere la riapertura di alcuni esercizi o, anche in materia di locazione, nel giungere talora a conclusioni opposte a quelle della decisione del Tribunale in commento con riferimento alla impossibilità parziale della prestazione) e, giuste o sbagliate che siano, le stesse dimostrano il carattere tutt’altro che sicuro di una siffatta azione giudiziale.

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