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Il falso made in Italy a tavola ora vale 120 miliardi di euro

L’allarme di Coldiretti e Filiera Italia dal Fancy Food di New York. Scordamaglia: in cinque anni gli Usa devono diventare il nostro primo mercato

di Micaela Cappellini

2' di lettura

Sale da 100 a 120 miliardi il valore del falso Made in Italy agroalimentare nel mondo: a lanciare l’allarme sono stati la Coldiretti e Filiera Italia all'inaugurazione del Summer Fancy Food 2022, il più importante evento fieristico di new York dedicato alle specialità alimentari. Al Padiglione Italia, presso il Javits Center, i produttori made in Italy quest’anno sono presenti in forze e il mercato americano sta dando grandi soddisfazioni ai nostri prodotti. Eppure, dicono Coldiretti e Filiera Italia , oltre due prodotti agroalimentari tricolori su tre sono falsi, senza alcun legame produttivo ed occupazionale con il nostro Paese.
In testa alla classifica dei prodotti più taroccati ci sono i formaggi, a partire dal Parmigiano Reggiano e dal Grana Padano, con la produzione delle copie che ha superato quella degli originali. Tra i salumi sono clonati i più prestigiosi, dal Parma al San Daniele, ma anche la mortadella Bologna o il salame cacciatore.

Soltanto negli Stati Uniti il valore dell'italian sounding ha raggiunto i 40 miliardi di euro, con addirittura il 90% dei formaggi di tipo italiano negli Usa che sono in realtà realizzati in Wisconsin, California e New York. Nel 2021 la produzione di imitazioni dei formaggi italiani negli Stati Uniti ha raggiunto il quantitativo record di oltre 2,6 miliardi di chili, con una crescita esponenziale negli ultimi 30 anni, tanto da aver superato addirittura la stessa produzione di formaggi americani come Cheddar, Colby, Monterrey e Jack che è risultata nello stesso anno pari a 2,5 milioni di chili.

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«È vero che negli Stati Uniti c’è molto italian sounding, ma qui al Fancy Food ho constatato un grande interesse dei buyer e dei giornalisti americani per il made in Italy», raccorda Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filiera Italia, in questi giorni a New York. «In soli dieci anni - ricorda - l’export agroalimentare italiano negli Usa è passato da 3 a 6 miliardi. Cresce qualsiasi genere du prodotti: dai vini, che sono la prima voce dell’export, ai formaggi, dall’olio extravergione di oliva ai salumi. Proprio ieri, durante l’inagurazione del Padiglione Italia alla fiera, abbiamo lanciato sfida: entro cinque anni quello americano deve scalzare la Germania e diventare il primo mercato di export per l’agroalimentare made in Italy».

Secondo Scordamaglia, i consumatori americani sembrano sempre più interessati alla qualità del cibo che acquistano, alla storia dietro a ciascun prodotto e alla sua sostenibilità: «Per questo restano sorpresi quando diciamo loro che se cercano la naturalità e la tutela ambientale dietro al cibo che mangiano, devono stare attenti: c’è una parte della Silicon Valley che invece sta investendo sul cibo sintetico, cioè su un modello alimentare che annienterà qualsiasi distintività». Prima la carne, poi il pesce, ora anche il latte si possonbo creare in laboratorio: «Peccato che di questi prodotti di sintesi - dice Scordamaglia - ancora non sono noti gli effetti sull’organismo umano, e nessuno sembra fare ricerche in questo senso. La stessa Unione europea preferisce finanziare due start up che producono la carne sintetica, piuttosto che sovvenzionare la ricerca sulla salubrità di questi prodotti».

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