il lavoro che cambia

Il falso mito della precarietà ci fa dimenticare il rischio reale

Occorre «blindare» l’occupabilità del lavoratore, proteggendo le sue competenze e velocizzando le transizioni e riconversioni di carriera

di Lorenzo Cavalieri *

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(EPA)

Occorre «blindare» l’occupabilità del lavoratore, proteggendo le sue competenze e velocizzando le transizioni e riconversioni di carriera


4' di lettura

All’inizio della pandemia ha suscitato scalpore il fatto che una ricercatrice del team italiano che ha isolato il Coronavirus lavorasse con un contratto precario. La storia del giovane talento costretto alla precarietà e magari all’espatrio è ormai diventato quasi un genere letterario con cui è molto facile confezionare titoli ad effetto e alimentare una sorta di vittimismo collettivo: precarietà, sfruttamento, ingiustizia.

Se ne parla da anni, nelle piazze, in tv, sui social. La politica sperimenta le più svariate misure normative di contrasto, ma la precarietà, implacabile, non indietreggia nelle statistiche. Forse allora i tempi sono maturi per provare a cimentarci in una lettura meno piagnucolosa e più oggettiva di questo fenomeno.

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Una prima riflessione da cui partire è che la precarietà nel lavoro è esistita sempre. Nelle economie sviluppate dell’Occidente solo a partire dal dopoguerra si è affermato il concetto di «contratto di lavoro standard»: full time e a tempo indeterminato. È stata un’innovazione giuridica e sociale enorme nella storia dell’umanità, frutto di secoli di battaglie politiche. L’abbiamo talmente tanto interiorizzata che oggi non riusciamo più a realizzarne la portata storica. Ci sembra normale che il nostro datore di lavoro, sia esso lo stato o un privato, si debba impegnare con noi «fin che morte non ci separi». Lo diamo per scontato.

Ci rendiamo conto che i cicli di vita di prodotti, aziende, tecnologie, stili di consumo, nascono e muoiono nell’orizzonte di anni, talvolta di mesi. Sappiamo che la velocità divora tutto e l’instabilità è ovunque nelle nostre vite. Sappiamo che le finanze pubbliche sono in ristrettezze. Sappiamo che per le imprese, soprattutto le più piccole, un lavoratore improduttivo (magari perché a seguito di un cambio di tecnologia diventa impossibile riconvertire le sue competenze) è un peso insostenibile.

Eppure nonostante tutto ciò nella nostra mentalità i rapporti di lavoro devono nascere come matrimoni: si parte con la promessa del fin che morte non ci separi, poi si vedrà. E se non nascono come matrimoni allora sono lavori di serie b, lavoretti.

La seconda riflessione riguarda la natura illusoria del «tempo indeterminato». Ci lamentiamo della condizione precaria del lavoro, ma in realtà sottovalutiamo la quantità di precarietà che affrontiamo tutti i giorni pur sentendoci protetti da un tempo indeterminato. Questa forma di miopia non riguarda solo i dipendenti. Molti liberi professionisti, artigiani e imprenditori ne sono affetti.

Quando il tuo radicamento nel quartiere o la tua licenza o il tuo titolo professionale o il tuo «prodotto cavallo di battaglia» ti hanno garantito stabilità per tanti anni, scatta inesorabile quella distorsione che ti fa vedere il tuo futuro lavorativo più stabile di quanto sia in effetti.

Razionalmente sei consapevole di quanto tutto sia precario, ma la pancia ti dice hic manebimus optime, ti dice che alla fine il tuo giocattolo non si romperà, che alla fine la fabbrica o l’edicola o lo studio non chiuderà. Si tratta di un’illusione di continuità. Cadiamo in questa trappola perché per noi è più facile immaginare un futuro simile al presente, coerente con il presente.

A quel punto il fatto che immaginiamo e visualizziamo più facilmente un certo scenario futuro ci porta automaticamente a percepirlo come più probabile di quanto in effetti sia. In altre parole se mi viene facile immaginarmi nel 2030 in questo ufficio, davanti a questo computer avrò la sensazione che molto probabilmente succederà davvero. In realtà un conto è la facilità con cui visualizziamo un evento futuro, un conto è stabilirne ex ante la probabilità.

L'illusione del tempo indeterminato a pensarci bene poggia anche sulla ambigua natura della protezione. Il contratto, la licenza, il brevetto in effetti garantiscono un “ristoro” nel caso in cui la nostra situazione lavorativa precipiti, ma di per sé non sono dei paracadute.

Se perdo il lavoro qualcuno dovrà rifondermi del danno subìto, ma intanto il lavoro l’avrò perso. Avrò una cassa integrazione o un risarcimento o una promessa di riassunzione, ma intanto il danno l’avrò subito. Perderò tempo (mesi, ma in molti casi anche anni) e probabilmente anche competenze, autostima ed energia.

Ovviamente non si può dire che un lavoro precario e uno stabile siano la stessa cosa. Rinunciare a farsi ingessare un braccio fratturato perché si ha la partita Iva o un contratto in scadenza non è umano. Purtroppo non accade solo nei film di Ken Loach, ed è una terribile ingiustizia. Tuttavia provare a combattere la precarietà con un tratto di penna su un decreto o con stanziamenti pubblici miliardari è illusorio e finanziariamente insostenibile. Ce lo dimostra l’esperienza degli ultimi anni.

Probabilmente è giunto quindi il tempo di accettare la precarietà come un dato intrinseco alla natura del modello di sviluppo che abbiamo scelto. Ciò non significa arrendersi al destino precario delle nostre carriere e di conseguenza delle nostre vite. Significa al contrario sperimentare un cambio di strategia.

Invece di provare a blindare i contratti (i mille tentativi degli ultimi decenni non hanno prodotto risultati significativi), si tratta di blindare l’occupabilità del lavoratore, proteggendo le sue competenze, velocizzando le transizioni e riconversioni di carriera. Non toccherebbe solo alla politica rimboccarsi le maniche. Banche e assicurazioni dovrebbero essere indotte a fare il proprio dovere per diventare le accompagnatrici del “precario”, guardando in faccia alla persona (e alle sue competenze) e non al contratto che ha sottoscritto.

Soprattutto ciascuno di noi dovrebbe recuperare quella dimensione eroica del lavoro e della carriera come “impresa” coraggiosa, come viaggio avventuroso dove si progetta, si combatte, si cade e ci si rialza, tirando fuori il meglio di sé e delle proprie risorse. Un viaggio in cui «Rischiare grosso» (titolo dello splendido saggio di Nassim Nicholas Taleb), consapevoli che ciascuno di noi tutti i giorni è molto di più del contratto con cui lavora.

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