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Il faro della Tate Modern su Dorothea Tanning

di Nicol Degli Innocenti


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Dorothea Tanning

3' di lettura

Un autoritratto in piedi, il bellissimo viso assorto, lo sguardo rapito da qualcosa che non vediamo, la mano posata sulla maniglia di una porta socchiusa, dietro la quale si aprono altre porte identiche in una sequenza che sembra infinita. Ai piedi della donna è accucciata una creatura mostruosa, mentre sulla gonna si muovono viticci verdi che a guardar meglio si rivelano figure femminili contorte.

Dorothea Tanning aveva dipinto questo quadro – chiamato “Compleanno” - nel 1942, quando era arrivata a New York per diventare un'artista. Il titolo le era stato consigliato da Max Ernst, per indicare che l'opera segnava la nascita della Tanning come artista surrealista.
Per lei era una rinascita, il segnale che la fuga dal suo passato era riuscita: da ragazza la Tanning era cresciuta in un paesino dell'Illinois dove, secondo la sua descrizione, non succedeva mai niente. Nel nulla soffocante, per nutrire la sua vivida immaginazione leggeva poesie e romanzi gotici, un'influenza che è durata tutta la vita, alimentata poi dalla lettura delle teorie di Sigmund Freud sull'inconscio e dagli incontri con gli artisti surrealisti. La porta, elemento ricorrente nei suoi quadri, è l'ingresso nel mondo dell'inconscio e, come scrisse, “delle possibilità infinite”.

Ernst diventò suo marito e i due passarono il resto della vita di lui insieme. Dopo la sua morte nel 1976, la Tanning continuò a dipingere e a creare sculture e installazioni fino alla scomparsa a 101 anni nel 2012.

Il faro della Tate Modern su Dorothea Tanning

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Per rendere omaggio a una carriera durata oltre 70 anni Tate Modern dedica ora una grande retrospettiva alla Tanning, riunendo oltre cento opere, molte delle quali non sono mai state viste prima in Europa.

Ernst compare solo una volta, nella prima sala, in un ritratto surrealista del 1947 che lo mostra in una barca mentre gioca a scacchi con la Tanning. Presenza importante ma anche ingombrante, che con la sua fama ha oscurato l'opera della moglie, in questa mostra viene relegato sullo sfondo per puntare i riflettori solo su Dorothea e la sua originalità di artista.

    Anche dopo la fuga dall'Illinois la Tanning ha sempre trovato ispirazione nel suo mondo interiore. Non ha mai dipinto all'aperto e ha detto che la natura, con la sua immensità e bellezza, era come se le urlasse contro “con decibel tali da stritolare il cervello di un'artista”. Anche quando si era trasferita nell'Arizona e poi nella campagna francese con Ernst, lei ha sempre dipinto nel suo studio guardando dentro e non fuori dalla finestra.

    L'ispirazione gotica, l'istinto surrealista e il senso di mistero sono rimasti presenti in tutte le sue opere, ma lo stile della Tanning è cambiato nel tempo. Negli anni Sessanta ha iniziato a usare ago e filo, o la macchina da cucire, per creare sculture di stoffa che non hanno nulla di morbido o di rassicurante. La Tanning ha scelto un mezzo considerato “femminile” per stravolgerlo completamente. Sono forme femminili mutilate, di un rosa che le fa sembrare ancora più vulnerabili, abbracciate o forse fagocitate o assalite da creature scure, simili a un gorilla. Le sculture soft hanno poi ispirato artiste come Louise Bourgeois e Sarah Lucas.

    Il clou della mostra è l'installazione Hotel Du Pavot, Chambre 202, del 1970, un incubo diventato realtà tridimensionale. L'ispirazione è una vecchia canzone che racconta la storia di Kitty Kane, la moglie di un gangster che si era uccisa con il veleno nella stanza 202. Una modesta stanza d'albergo si trasforma in una scena da film dell'orrore, con i mobili che prendono vita con tentacoli e corpi di stoffa che strappano la carta da parati e spaccano i muri nel tentativo di scappare, mentre un mostro esce dal camino. Il surrealismo reinventato per una nuova era.

    Dorothea Tanning
    Fino al 9 giugno 2019
    Tate Modern, Londra

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