New York

Il fenomeno Simone Leigh: tra Whitney Biennale, Guggenheim e High Line

di Sara Dolfi Agostini


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Simone Leigh, Brick House, 2019, Bronzo, 196x114 inches, 497,8x289,6 cm. A High Line Plinth commission. Visitabile giugno 2019-settembre 2020 (foto Timothy Schenck © Simone Leigh; Courtesy of the artist, the High Line, and Luhring Augustine, New York)

6' di lettura

La popolarità dell'artista americana Simone Leigh è alle stelle, a New York non si parla d'altro, e la sensazione è che non si tratti di una moda, ma di una correzione del sistema nei confronti di un'artista eccellente, sostenuta per anni dalla critica e adesso anche dal mercato del collezionismo. Ma chi è Simone Leigh? Artista di origini giamaicane e classe 1967, nata a Chicago e di base a Brooklyn, è approdata all'arte contemporanea attraverso un corso di ceramica durante gli studi di filosofia a Richmond, Indiana. Un incontro epifanico, dunque, da cui è nata l'idea di ricongiungere l'esperienza artistica contemporanea con i territori tradizionalmente relegati all'etnografia, come la rappresentazione della donna, la cultura materiale, l'architettura, e ideali di bellezza, razza e comunità. In pochi mesi, l'artista ha conquistato tre delle maggiori istituzioni newyorkesi, con una mostra personale al Guggenheim – in seguito alla vittoria dell' Hugo Boss Prize , la partecipazione alla Biennale del Whitney e l'inaugurazione del plinto della High Line . Ne abbiamo parlato con Lauren Wittels, partner della Luhring Augustine di New York, che lavora con Leigh dal 2016.

Il fenomeno Simone Leigh: tra Whitney Biennale, Guggenheim e High Line

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Come ha conosciuto Simone Leigh?
Siamo state invitate a partecipare a una conferenza alla Brown University , era novembre 2014. Lei era già rappresentata da gallerie come Wendi Norris a San Francisco, e aveva un mercato per le sue opere. Ristretto, certo, ma supportato anche da collezionisti con ruoli istituzionali come A C Hudgins del board del MoMA di New York. Insomma Simone Leigh non è un'artista caduta dal cielo, e quando ci siamo incrociate aveva già una sua rete di sostenitori, estremamente devoti al suo lavoro.

E poi?
Qualche mese più tardi mi ha invitato a visitare la sua mostra alla Tilton Gallery di New York, una galleria che è stata per anni il punto di riferimento per gli artisti della comunità afroamericana. Era un test, per capire a che livello di profondità comprendevo il suo lavoro. Nutro un profondo rispetto per la ricerca di Simone Leigh, ed era evidente che non la approcciavo in modo superficiale o commerciale. Ad ogni modo, l'incontro successivo è arrivato dopo un anno. Simone Leigh mi ha contattato e mi ha chiesto di vederci “perché aveva bisogno di un consiglio”. Ogni gallerista sa cosa significa quando un artista pronuncia quella frase. Vuol dire che l'artista è pronto per intraprendere un nuovo percorso professionale. Quando l'ho incontrata, le ho offerto subito tutto il mio supporto, ma non abbiamo parlato di rappresentazione per il suo lavoro. Dovevo prima affrontare l'argomento in galleria.

Come ha convinto Roland Augustine e Lawrence Luhring, proprietari e fondatori della galleria, a iniziare una collaborazione con lei?
Non c'è voluto molto. Per un'assoluta coincidenza, circa un mese prima all'edizione 2016 di ADAA, la fiera organizzata da Art Dealers Association of America , Jack Tilton Gallery aveva presentato una serie di sculture intitolate «Anatomy of Architecture», ad oggi il lavoro più famoso di Simone Leigh. Si tratta di una serie di teste di donne ispirate alla forma delle capanne tribali africane, abilmente scolpite in legno. Poche ore dopo l'inaugurazione della fiera erano già tutte sold out, e non si parlava d'altro. Anche Roland Augustine e Lawrence Luhring avevano cercato di acquistarle, e quando gli ho parlato di Simone Leigh sapevano già chi fosse, e l'invito a lavorare con la galleria è arrivato dopo appena una settimana dal quel mio incontro con lei.

Lei ha molta esperienza nel mercato dell'arte, ha lavorato anche come vicepresidente di Citibank Art Advisory Services. Si aspettava un simile successo per Simone Leigh?
Chi dice che del mercato dell'arte sa tutto, sta mentendo. Certe cose le puoi anticipare, altre ti prendono totalmente di sorpresa. Il fenomeno Simone Leigh è in parte spiegabile nel contesto dell'impegno di numerosi musei americani a garantire maggiore diversità nelle proprie collezioni, esplorando uno spettro più ampio di generi, età, razze e provenienze artistiche. In altre parole, negli ultimi anni c'è stato un processo di aggiustamento del sistema dell'arte da cui ha senz'altro potuto beneficiare una donna di colore di cinquant'anni. Ma per una Simone Leigh ci sono almeno altre cinquanta artiste di enorme talento che non hanno ottenuto lo stesso successo. Io credo che la sua forza sia stata essere pronta per accogliere le opportunità che si sono presentate, ma senza accettare i compromessi – e parlo soprattutto di quelli del mercato.

È un fenomeno americano?
Soprattutto americano, ma sta raggiungendo anche l'Europa, dove abbiamo appena finalizzato una vendita museale e altre sono in attesa di ultimazione. Simone Leigh ha sempre avuto successo di critica in America, con mostre piccole ma di qualità - da « The Kitchen » (2012) a « Creative Time » (2014), da « The Studio Museum» in Harlem» al «New Museum» (entrambe 2016). La notorietà internazionale, però, è arrivata l'anno scorso con l' Hugo Boss Prize , da cui la mostra personale al Guggehneim di New York, e in galleria sono arrivate richieste a pioggia da numerosi musei, anche non necessariamente specializzati sul lavoro di artiste o ricerche nel campo della comunità afroamericana. Poi a giugno è stata inaugurata la commissione per il nuovo plinto della High Line. La monumentale opera di Leigh dal titolo «Brick House» (2019) è stata selezionata tra dieci progetti da una commissione capitanata da Cecilia Alemani e sarà visibile fino a settembre 2020. È importante notare che quando abbiamo iniziato la collaborazione nel 2016 solo un museo aveva le opere di Leigh in collezione, e l'obiettivo da subito è stato costruire un interesse istituzionale più ampio.

E adesso è arrivata anche l'acquisizione del Whitney Museum of American Art, che espone l'opera nella Biennale. Il lavoro di Leigh ha superato le aspettative di mercato e musei. Come gestite questo “momentum”?
La galleria Luhring Augustine ha 35 anni di esperienza nel settore, e collaborazioni eccellenti come Christopher Wool, che lavora con noi dalla fine degli anni '80. Con Simone Leigh applichiamo gli stessi criteri, che significa consigliare all'artista di lavorare per sé, non per i musei o per il mercato, e gestire con lei le pressioni dei collezionisti, perché ci vuole tempo per decidere se accettare o meno un'offerta. Poi, come galleristi, il nostro lavoro è anche gestire i prezzi in modo ragionevole, e tenerli sotto controllo. I grandi bronzi in mostra al Guggenheim e al Whitney potrebbero tranquillamente costare il 50% in più del loro attuale prezzo di mercato, e troverebbero comunque un acquirente. Ma noi guardiamo al futuro, e preferiamo una scalata dolce e costante.

Mi fa qualche esempio?
Simone Leigh collabora con noi da tre anni e mezzo e il valore di mercato delle sue sculture più piccole è aumentato del 50% da allora, restando sotto i 100mila dollari. Un simile aumento non rispecchia la quantità di premi, mostre e supporto critico ricevuto da Leigh in questo stesso periodo. La stessa considerazione si può fare per opere monumentali come «Brick House» (2019), l'opera della High Line. Si tratta di un'edizione di tre esemplari con un prezzo a sei cifre, dunque sotto al milione di dollari. Anche in questo caso, due sono state vendute e l'ultima è riservata – stiamo finalizzando con un museo che ha tempi più lenti di un privato. E bisogna considerare che l'opera è nuova e inaugurata appena un mese fa.

È preoccupata per l'interesse delle case d'asta?
No, non direi. Sono passate solo tre opere di Simone Leigh in asta, e non sono tra le sue più ricercate dai collezionisti. Eppure tutte e tre sono state vendute a New York a prezzi idonei, che non interferiscono con il nostro lavoro.

Quale obiettivo vi siete dati con l'artista, al lato delle acquisizioni museali?
C'è una mostra retrospettiva del suo lavoro in cantiere con un museo americano di prestigio internazionale che si è fatto avanti proprio in questi ultimi mesi. Nei prossimi anni Simone Leigh sarà presente anche in numerose mostre collettive, per effetto delle acquisizioni museali, ma dobbiamo attendere l'annuncio ufficiale delle mostre per andare più nel dettaglio di dove e quando. È un periodo di grandi soddisfazioni per lei, ed è incredibile pensare che fino a poco fa aveva il suo indirizzo email personale sul sito internet. Adesso sarebbe impensabile, per rispondere a tutte le richieste sul suo lavoro dovrebbe passare le sue giornate a rispondere alle email che adesso riceviamo noi per lei, e non resterebbe più tempo per l'arte.

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