farmaceutica

Il filo doppio che tiene unite ricerca di base e applicazioni

La milanese Dompé mette a disposizione della comunità i risultati della propria attività scientifica: università, poli tecnologici e ospedali i partner in tutto il mondo

di Giovanna Mancini


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Ricercatori all’interno dei laboratori dello stabilimento Dompé all’Aquila

3' di lettura

Distinguere tra ricerca di base e ricerca applicata non ha più senso: «quello che conta davvero è fare buona ricerca», spiega Marcello Allegretti, chief scientific officer di Dompé, che dal 2009 guida la divisione ricerca e sviluppo dell’azienda farmaceutica milanese.

«Il nostro è un settore che premia l’innovazione, perciò fare ricerca è una strada obbligata per ogni impresa – osserva lo scienziato –. Nel nostro caso è diventato un driver di crescita strutturale dal 2006». Dompé ha destinato negli ultimi anni mediamente il 15% del fatturato (che quest’anno dovrebbe superare i 400 milioni di euro) alle attività di R&S, con punte del 25-30% negli ultimi anni, che hanno portato alla scoperta del principio attivo cenegermin alla base di Oxervate, il medicinale che tratta e guarisce (partendo dagli studi che nel 1986 valsero il Nobel per la medicina a Rita Levi Montalcini) una rara forma di cheratite. È proprio con questo farmaco – che un anno fa ha ottenuto il via libera dalla Food and Drug Administration degli Stati Uniti – che il gruppo ha iniziato un vero percorso di internazionalizzazione, aumentando sensibilmente i ricavi (che nel 2018 erano di 270 milioni).

Anche se la voce più consistente di ricavi, per l’azienda, arriva da farmaci di uso più comune (come l’analgesico Oki, per fare un esempio noto a tutti), sono proprio le ricerche nell’ambito delle malattie rare, o di tecnologie sofisticate come il sistema di calcolo Exscalate, ad accreditare maggiormente il gruppo nella comunità scientifica internazionale, garantendone la notorietà e la competitività che sono poi foriere di collaborazioni di prestigio con i principali atenei o centri ospedalieri italiani e internazionali.

Ed è questa la strada scelta dal presidente e amministratore delegato Sergio Dompé per far crescere l’azienda fondata a Milano nel 1940 dal padre Franco, assicurandosi uno spazio di credibilità e business in un settore dominato da colossi industriali: entrare a far parte della comunità scientifica internazionale, secondo un meccanismo osmotico in base al quale l’azienda mette a disposizione della scienza i risultati delle proprie ricerche e a sua volta beneficia delle conoscenze degli altri, che possono dare maggiore valore anche ai suoi stessi studi, talvolta ben oltre gli obiettivi iniziali.

«È stata una scelta coraggiosa da parte degli imprenditori – osserva Allegretti – e tutt’altro che scontata in un ambito come quello industriale in cui generalmente prevalgono segretezza e riservatezza sulle innovazioni. Ma ha dato i suoi frutti. Abbiamo investito sulle nostre aree di eccellenza per attrarre su queste un network internazionale di competenze che non avremmo mai potuto sviluppare da soli al nostro interno».

Oltre che sulle proprie strutture in cui lavorano circa 800 persone (il quartier generale di Milano, il polo produttivo dell’Aquila e il centro ricerche di Napoli), oggi l’azienda può contare su una rete di collaborazioni internazionali con più di 200 tra centri di ricerca, ospedali e università, con cui sono stati condotti 27 test clinici che hanno coinvolto oltre 2mila pazienti. Fra questi, il Politecnico di Milano e le Università di Napoli, Aquila e Chieti in Italia; l’Harvard Houston Methodist, Stanford e la Columbia University negli Stati Uniti.

Proprio con il Politecnico di Milano (e con il consorzio interuniversitario Cineca) è stato messo a punto il già citato Exscalate, la piattaforma di supercalcolo intelligente più potente e a minor costo attualmente esistente, che permette di accelerare la ricerca di nuovi farmaci, grazie a una “biblioteca chimica” di 500 miliardi di molecole e alla capacità di valutare contemporaneamente fino a 300 target biologici ed elaborare oltre 3 milioni di molecole in un secondo. Un sistema particolarmente utile in caso di epidemie, come quella causata dal virus Zika, a oggi privo di cure efficaci, contro cui il calcolatore ha permesso di trovare alcuni possibili inibitori.

«Exscalate è solo una parte di un progetto più ampio, Antarex, su cui Dompé sta lavorando da dieci anni con investimenti molto importanti – spiega Allegretti –. Non è il nostro business principale, ma ha portato ulteriore competitività e notorietà all’azienda, andando al di là dei nostri bisogni e oggi ha applicazioni a livello europeo che sono in continuo divenire».

Nell’ambito delle malattie rare lo scenario competitivo è così frammentato, «che si può sempre trovare uno spazio in cui anche un’azienda piccola come la nostra riesce a soddisfare qualche bisogno non coperto», osserva Allegretti. I rischi d’impresa tuttavia sono elevatissimi (l’orizzonte temporale dell’investimento è di almeno dieci anni e le possibilità che una molecola diventi prodotto commerciabile una su 10mila), per questo è utile avere un portafoglio vasto: «Stiamo lavorando su una pipeline ben bilanciata, con progetti più vicini al mercato e altri più di frontiera, soprattutto nelle aree terapeutiche in cui siamo più forti – conclude Allegretti –: l’oftalmologia, con i possibili sviluppi del cenegermin, e il diabete».

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