intervista

Il finanziere Mincione: «Ecco perché sto scalando Banca Carige»

di Alessandro Graziani


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Raffaele Mincione

4' di lettura

«Credo che il valore delle azioni di Banca Carige possa aumentare con un’aggregazione, che considero inevitabile. E condivido il piano di rilancio dell’istituto portato avanti dall'amministratore delegato Paolo Fiorentino. Per questi due motivi ho acquistato il 5,4% di Carige e non escludo di salire in tempi brevi al 9,9% del capitale. Revocare l'attuale cda? È un tema da valutare, ma con calma». A poco più di un mese dal ritorno alla ribalta di Piazza Affari, il finanziere Raffaele Mincione - 53 anni, nato a Pomezia (Roma) ma lavorativamente da sempre basato nella City di Londra - decide di rompere la consegna del silenzio e spiega i motivi dell’intervento del suo fondo, che definisce «attivista», nel capitale di Carige. L’ingresso avviene in una compagine azionaria disomogenea, con la famiglia Malacalza al 22% e il finanziere-petroliere Gabriele Volpi al 9%. Pochi giorni fa il fondo gestito da Mincione ha inviato una lettera al presidente di Carige Giuseppe Tesauro per chiedere un incontro e sollecitare la nomina di un cda che tenga conto della nuova base azionaria. Richiesta respinta, per ora, dal cda.

Partiamo dall’acquisto del vostro 5,4% in Carige. Qualche anno fa era entrato in Bpm su suggerimento di Stefano Marsaglia, top banker di Barclays che da anni lavora in Mediobanca. La sua mossa è ispirata da Piazzetta Cuccia?
No, assolutamente, Mediobanca non c’entra niente. Il dossier Carige ci era stato sottoposto a dicembre da Barclays in sede di aumento di capitale, come a molti altri fondi basati a Londra, ma non abbiamo ritenuto di investire per motivi di prezzo.

Poi a gennaio avete comprato, quando il prezzo è sceso del 20% post-aumento....
A quel prezzo abbiamo giudicato conveniente l’investimento per i sottoscrittori del nostro fondo. Dopo l’aumento di capitale da 560 milioni chiesto da Bce la banca si è rimessa a posto e non è più un rischio. E l’alleanza è un’opportunità per chi investe.

Dica la verità, vi ha sollecitato l’ad di Carige Fiorentino?
No, Fiorentino l’ho incontrato quando già avevamo acquistato le azioni.

Chiederà di incontrare Malacalza?
Ho chiesto in modo formale di incontrare il presidente Tesauro ma non ho avuto risposta. Nessun problema a incontrare Malacalza, se questo serve ad avviare un dialogo costruttivo per una banca che non ha padroni ma azionisti.

È vero che lei sta cercando di fare asse con Volpi, che ha il 9%, e appare come l’ago della bilancia nell’azionariato? Lo ha incontrato? È vero che avete affari comuni in Nigeria? Conosce l'ex banchiere Fiorani, superconsulente di Volpi?
Non ho mai avuto il piacere di conoscere Volpi e non ho mai incontrato Fiorani. I miei investimenti in Nigeria, dove non ho mai messo piede in vita mia, sono solo azionari. E li faccio comodamente seduto dal mio ufficio di Londra. È oggettivamente vero però, numeri attuali alla mano, che la partecipazione azionaria del 9% di Volpi può essere decisiva per i futuri assetti di Carige.

Voterà a favore del bilancio di Carige nell’assemblea di fine marzo?
Non voterò perchè non parteciperò all’assemblea. Ho appena scritto al presidente Tesauro che questo board non rappresenta più il nuovo azionariato della banca, perché mai dovrei votare a favore del loro bilancio?

Sul mercato continua a girare la voce che lei intenda chiedere la revoca del cda di Carige. E che potrebbe farlo insieme ad altri fondi suoi alleati. È vero?
Non abbiamo alleati, ma certamente cercheremo di dialogare con altri soggetti che condividano la nostra strategia di dare a Carige un cda che rifletta il nuovo azionariato e che tratti la futura aggregazione muovendosi nell’interesse di tutti gli azionisti e non solo di alcuni.

Ma la revoca dell’attuale cda la chiederà o no?
In teoria la revoca è già possibile alla prossima assemblea di bilancio. Ma non essendo il tema inserito nell’ordine del giorno, non sarebbe possibile nominare subito un nuovo cda. E certo non vogliamo e non possiamo mettere la banca in condizioni rischiose. Ci prendiamo il tempo che serve per individuare una rosa di consiglieri di alto profilo. La revoca la chiederemo se e quando saremo pronti.

Più volte ha ripetuto che la banca deve procedere a un'aggregazione. Ha già qualche idea sul possibile partner?
Prima di tutto vorrei che Carige rimanesse italiana. Poi che non finisse fagocitata da un grande gruppo ma si unisse a una banca di medie dimensioni, complementare dal punto di vista territoriale. Le ipotesi non sono molte.

Pensa a Banco-Bpm? Avete ancora azioni del gruppo?
È una delle ipotesi possibili. Abbiamo ancora una quota sotto al 2% e intendiamo mantenerla.

Chi c’è dietro Mincione? Chi sono i sottoscrittori del suo fondo?
Dietro di me non c’è nessuno. Dopo anni di lavoro a Londra nelle grandi banche d’affari e alcuni investimenti personali andati bene, ho costituito un fondo che ora conta su un team di 40 persone. Abbiamo investitori istituzionali di vario tipo, tra cui 2 fondi sovrani, 3 compagnie assicurative, alcuni family office e privati.

Può fare dei nomi? Perché i fondi e le sue società hanno base in Lussemburgo e a Malta?
I clienti chiedono riservatezza, vale per chiunque faccia il nostro mestiere. Così come tutti i maggiori fondi sono basati per motivi fiscali in Lussemburgo, che è un Paese dell’Unione europea. È tutto legale. Aggiungo che io non ho mai lavorato né fatto soldi in Italia. Ma credo nel nostro Paese e continuerò a investirci capitali miei e dei nostri clienti.

Da poco avete investito anche in Retelit. Avete altre iniziative in cantiere?
Abbiamo in fase di lancio un fondo di private equity che punta a raccogliere 500 milioni da investire in crediti deteriorati, in particolare Utp, da convertire in capitale di piccole e medie aziende.

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