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Il finlandese Rehn e il nostro “potenziale imprenditoriale”

di Guido Gentili

(Bloomberg)

2' di lettura

Olli Rehn, governatore della Banca centrale finlandese, membro del board BCE e per quattro anni (dal 2010 al 2014) Commissario europeo agli Affari economici, conosce bene l'Italia. Accreditato come “rigorista”, richiamò più volte il nostro Paese al rispetto degli impegni presi su deficit e debito. Nel 2013, nel corso di un'audizione in Parlamento, fece riferimento al connazionale Raikkonen, appena riassunto come pilota della Ferrari. “Non basta il talento”, disse. “La Ferrari come l'Italia incarna una grande tradizione di stile e anche di capacità tecnica, ma per vincere bisogna avere il motore più competitivo, bisogna essere pronti a cambiare e adeguarsi”.

Sei anni dopo torna, con l'intervista al Sole 24 Ore di Isabella Bufacchi, a lanciare un messaggio all'Italia: “E' un Paese con un potenziale imprenditoriale enorme, gli italiani sono innovatori e con le riforme strutturali appropriate, con riforme che includono investimenti nell'innovazione, l'Italia può avere un nuovo boom economico degli anni '50, le politiche pro-attive per sostenere la crescita sono essenziali in Italia”.

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Naturalmente esistono i vincoli di bilancio, ed ogni paese deve crearsi il suo “spazio” per spingere sulla crescita. Ma il punto forse più interessante dell'analisi di Rehn è il richiamo al “potenziale imprenditoriale enorme” e agli “italiani innovatori”. Due realtà se vogliamo risapute e inflazionate nei discorsi, ma che la politica italiana stenta a cogliere poi nei fatti. Come dimostra la produttività stagnante da vent'anni o, per venire a questa stagione, al famoso “anno bellissimo”, il 2019, rapidamente evaporato in una crescita zero.

Sappiamo anche che in un Paese in campagna elettorale permanente è più facile tagliare gli investimenti che la spesa pubblica, in una logica emergenziale diventata ormai un percorso ordinario. Ma forse il pericolo maggiore che abbiamo di fronte è l'erosione progressiva del “potenziale imprenditoriale”, stretto com'è, quando addirittura non soffocato, in un “racconto” dove il mercato, la concorrenza e le loro regole, le competenze, la finanza e l'industria, sono guardate con crescente sospetto e insieme come bracci operativi di questa o quella scelta che la politica impone.
Il professore Angelo Panebianco (Corriere della Sera, 2 luglio 2019) ha scritto delle “incoerenze programmatiche” della Lega (ad esempio rilancio delle esportazioni e sovranismo) e delle “coerenze programmatiche” dei Cinque Stelle (anti-industrialismo e anti-borghesia). Come un trend del genere, se questo si affermerà definitivamente, possa coesistere con la realtà del secondo paese manifatturiero d'Europa appare operazione fin troppo acrobatica anche per un Paese “flessibile” come l'Italia. E di sicuro c'è che l'erosione del “potenziale imprenditoriale”, per il quale siamo ammirati in tutto il mondo, porta a nulla di buono.

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