Osservatorio Politecnico

Il fintech cresce in Italia, ma c’è carenza di cultura dell’innovazione

Le realtà innovative arrivano a 564 società, che hanno raccolto due miliardi di euro: ma aumenta la polarizzazione in investimenti e collaborazione

di Pierangelo Soldavini

Reuters

3' di lettura

Non c’è dubbio che anche in ambito finanziario, sia a livello business che consumer, l’emergenza pandemica abbia spinto verso l’adozione di soluzioni digitali e innovative. Da questo punto di vista l’ecosistema fintech italiano ha proseguito nella crescita e nella collaborazione con i player tradizionali.

L’Osservatorio Fintech & Insurtech del Politecnico di Milano, interamente dedicato alla realtà italiana, fotografa un sistema in costante crescita composto da 564 società – il 53% startup, il 24% Pmi innovative, il 21% scaleup, il 2% già a livello corporate –, capaci di raccogliere in totale 2 miliardi di euro. Si tratta di una cifra rilevante, con un valore medio di 3,6 milioni di euro per azienda.

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Ma è una media molto alla Trilussa, sintomo di una realtà fortemente concentrata, dal momento che oltre il 50% delle aziende non ha raccolto alcun capitale oltre il capitale sociale.

Lo stesso si può dire per quanto riguarda il valore dell’innovazione fintech. Anche sotto la pressione dell’emergenza, sono stati sviluppati nuovi prodotti e servizi digitali a disposizione di consumatori, microimprese e Pmi sempre più esigenti, mentre si sono concretizzate iniziative di collaborazione tra i diversi attori dell’ecosistema. Eppure, il Fintech index italiano – calcolato sulle attività di investimento e collaborazione degli incumbent operanti in Italia con le fintech – si ferma a 5,7 su 10, a un passo dalla sufficienza.

Se il 69% degli operatori tradizionali ha già collaborato in qualche forma con startup o fintech, con una spesa complessiva pari a 263,8 milioni di euro, anche in questo ambito è forte la concentrazione.

«Incumbent e fintech hanno avviato progetti di cooperazione, ma l’evoluzione dell’ecosistema sta evidenziando una forte polarizzazione: in entrambi gli schieramenti gli investimenti in fintech sono guidati ancora da pochi attori, per di più sempre quelli più storicamente più attivi, con il rischio di vedere nel prossimo futuro un sistema a due velocità», sostiene Marco Giorgino, direttore scientifico dell’Osservatorio Fintech & Insurtech del Politecnico di Milano.

Nonostante la maturazione complessiva dell’ecosistema fintech nazionale, sembra proprio che sia ancora difficile realizzare in maniera fattiva e piena quella collaborazione auspicata con l’open banking.

«Le società fintech – prosegue Giorgino – denunciano spesso problemi di scalabilità delle loro soluzioni tecnologiche che spesso ne limitano la capacità di confronto con gli altri attori e dall’altra parte i player più tradizionali faticano a valorizzare il confronto con le terze parti per estrarre valore. Più che di carenza di risorse è questione di cultura dell’innovazione: da una parte i nuovi attori hanno ancora limiti di cultura bancaria, di regolamentazione e di compliance, dall’altra gli incumbent mancano di quelle competenze più digitali necessarie per abilitare lo sviluppo delle opportunità sul piano interno. Da questo punto di vista il Pnrr può funzionare da volano per lo sviluppo».

La digitalizzazione riesce a soddisfare le esigenze sempre più sofisticate dei consumatori: il pagamento via smartphone (usato dal 54% degli italiani) e il trasferimento di denaro tramite app (44%) sono i servizi più utilizzati.

Ma rimane ancora una diffidenza di fondo nei confronti dei nuovi player. Nei servizi assicurativi l’acquisto o rinnovo di polizze in digitale viene scelto da meno di un terzo dei consumatori, la possibilità di modificare le coperture in digitale da meno di un quinto e la gestione sinistri da mobile è scelta solo dal 15%. Nei piccoli finanziamenti le banche sono ancora il punto di riferimento principale per il 61% degli italiani, anche se emerge la competizione di nuovi attori, come case automobilistiche e utilities.

Anche in ambito business l’evolversi di un’offerta specifica e mirata su questo target fatica ancora a fare breccia tra le microimprese. L’Osservatorio sottolinea infatti che le aziende sotto i dieci dipendenti preferiscono rivolgersi agli attori tradizionali: per il 72% le banche sono attori di riferimento per anticipo fatture o prestiti e per il 64% le compagnie assicurative sono attori rilevanti per polizze. In generale nessun attore non tradizionale gode della fiducia di più del 7% delle microimprese per servizi finanziari e del 12% per servizi assicurativi.

Per il fintech, quindi, la credibilità si gioca sul filo della competenza e della cultura dell’innovazione, anche facendo affidamento sull’analoga crescita degli incumbent.

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