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Il fintech e le sfide di Google sul risparmio

di Christian Martino

3' di lettura

«L’ingresso dei Gafa (Google, Amazon, Facebook, Apple) può comportare una spinta del pricing dalla gestione attiva verso il modello di Vanguard, Blackrock e IShares (gestione passiva), con un calo nell’ordine di almeno il 50% per i ricavi dell’intero settore degli asset manager».

La dichiarazione fatta questa settimana da PwC all’ItForum di Rimini se da un lato conferma l’inarrestabile trend dell’avanzata del fintech nel mondo del risparmio, dall’altro pone l’attenzione su quanto i colossi del web si possano spingere nel mondo degli investimenti. Fino ad oggi i Gafa si sono mossi sempre con modelli di business piuttosto sicuri. Amazon ad esempio non ha rischi: fa da tramite tra compratore e venditore. Ma pensare a questi player come operatori sui mercati è cosa ben diversa. Si tratta di business dove si alza di molto il livello di rischio, anche in termini reputazione e di brand. Sui listini la regola del gioco è chiara: si può guadagnare, ma anche perdere. Inoltre nel mondo della gestione del risparmio i margini sono sempre più imprevedibili e subiscono pressioni al ribasso.

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Uno scenario di questo tipo interessa ai colossi del Web? Diversi operatori si aspettano un approccio al mondo finanziario a più step. Sfruttando la loro capacità di analisi dei dati, decisamente più evoluta del sistema bancario tradizionale, i Gafa molto rapidamente arriveranno nei segmenti a bassa rischiosità, tipo quello dei conti correnti o dei servizi di pagamento, mentre maggiore attenzione metteranno nell’approccio al mondo degli investimenti e potrebbero arrivarci, secondo alcune analisi, più facilmente in maniera indiretta. Insomma senza metterci la faccia.

Intanto però il regolatore europeo sta provando a mettersi al riparo da possibili incursioni inaspettate. Consob nel suo ultimo report dedicato al fintech non fa mistero del fatto che i soggetti leader nel campo del digitale siano in grado di dominare i mercati di riferimento grazie alla gestione dei “Big Data” di tipo relazionale e commerciale. Rappresentano - si legge - una seria “minaccia” per le dinamiche competitive del settore finanziario che, peraltro, non si originano in modo lineare. I robo-advisor gestiranno entro il 2020 otto trilioni di dollari a livello globale. Diventa quindi sempre più d’attualità il tema di come regolare il fintech e per cosa. Il commissario Consob, Paolo Ciocca, ha ricordato in Abi come la General data protection regulation (Gdpr) integrerà la Psd2, la direttiva che ha aperto a terzi soggetti non bancari, se autorizzati, la possibilità di accedere ai dati finanziari del risparmiatore. Con la Gdpr in 28 Paesi (circa 500 milioni di abitanti) vengono “(ri)statuiti” alcuni principi generali e fondamentali intorno al tema della protezione dei dati personali.

Il primo e principale obiettivo per la tutela dei clienti che riceveranno servizi fintech non sarà tanto quello di regolamentare “meglio” o “di più” le imprese del settore. Secondo Vincenzo La Malfa Partner Finance&Project, studio legale DLA Piper, piuttosto sarà importante riuscire a intercettare e bloccare con meccanismi rapidi ed efficaci a livello transnazionale quei soggetti che, partendo da giurisdizioni meno abituate e meno interessate alle forme di tutela dell’investitore, finiscano per attirare - più o meno lecitamente - anche clientela italiana o europea. Ma, come ricorda Fabio Brambilla di Assofintech, alla fine il pallino resta in mano ai consumatori. Da un lato con Mifid2 tutti in Europa saranno più consapevoli dei costi distributivi dei prodotti finanziari. Dall’altro man mano che i nativi digitali (i nati dopo 1980 che utilizzano uno smartphone per fare l’80% delle transazioni incluso quelle finanziarie e bancarie) saranno il “gruppo d’acquisto” più rilevante tanto più la trasformazione dell’offerta finanziaria si avvicinerà al mondo dei Gafa e del fintech. Nel 2030 i millennials saranno la generazione più grande nel mercato bancario. Negli Stati Uniti lo sono già e in Europa è solo questione di ore…

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