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Il fintech va di corsa: l’M&A arriva a 9 miliardi di dollari. L’Europa recupera

di Gianni Rusconi

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4' di lettura

«Considerando la popolazione delle scaleup in generale, osserviamo come l’Europa sia in forte ritardo rispetto agli Stati Uniti, con un divario in termini numerici di quasi quattro volte. Ma se guardiamo al mondo del fintech il gap non è poi così ampio: dal 2010 al 2018, il numero di nuove imprese tech in ambito finanziario finanziate con più di un milione di dollari è arrivato complessivamente a quota 700, rispetto alle 925 degli Usa. La forbice è di 1,3 volte e questa è la buona notizia. La cattiva notizia è che il gap in termini di capitale raccolto resta evidente: i circa 16 miliardi di dollari finiti nella casse delle scaleup europee equivalgono a meno della metà degli investimenti distribuiti alle fintech degli Stati Uniti. E tale differenza vale sostanzialmente anche per l'Italia».

L’analisi di Alberto Onetti, chairman di Mind the Bridge, l’organizzazione internazionale che dal 2007 opera da intermediario fra startup e grandi aziende), sintetizza in modo perfetto uno dei messaggi che scaturiscono dallo studio che Mind the Bridge ha realizzato in collaborazione con L’Atelier Bnp-Paribas Americas e presentato a Milano in occasione del primo Sep Scaleup Summit del 2019 promosso dalla Commissione Europea.

Ecosistema italiano non ancora maturo

Lo studio attesta chiaramente come il valore delle operazioni di M&A nel fintech su scala globale sia in continua crescita da otto anni a questa parte. Il picco è stato registrato tra il 2015 e il 2016, con un numero di deal quasi raddoppiato mentre le stime per il 2018 (i dati sono aggiornati allo scorso luglio) parlano complessivamente di 250 operazioni concluse per un valore di circa nove miliardi di dollari, il 25% in più rispetto all’anno precedente.

L’”azienda-tipo” oggetto di acquisizione, si legge nello studio, ha in media meno di otto anni di vita, 105 dipendenti e al momento della transazione ha raccolto mediamente 15 milioni di dollari di finanziamenti, mentre il valore medio dell'acquisizione supera i 160 milioni, il che significa un moltiplicatore medio di 10 volte rispetto al capitale investito.

«Se guardiamo al profilo medio della fintech company pronta per la exit, e quindi ad aziende che hanno raccolto in media 15 milioni di dollari e hanno in organico circa 100 dipendenti – ha aggiunto ancora Onetti, guardando all'Italia – si può sottolineare in modo critico che il nostro Paese contribuisce a questi numeri in piccolissima minoranza. Segno che il nostro ecosistema deve ancora maturare, perché le aziende fintech italiane che sono già pronte per una exit sono ancora un sottoinsieme molto piccolo».

Tra tutti i deal registrati, il verticale dei pagamenti è quello che attira più acquirenti (17%) anche se sembra mostrare segni di rallentamento dopo tre anni di crescita costante ed esponenziale; il settore delle criptovalute e della blockchain, invece, copre al momento solo il 5% dei deal, ma sembra vicino al momento della dell’affermazione, nonostante le turbolenze legate ai noti problemi di regolamentazione e di potenziali truffe.

Fra Europa e Usa un ritardo di due anni

Se, come già accennato, il divario tra Europa e Stati Uniti rimane evidente è anche vero che il Vecchio Continente sta recuperando terreno. E lo prova il fatto che le startup e le scaleup fintech finanziate in Europa nel 2018 sono stimate in 350 e sono state in grado di raccogliere nel complesso 5,1 miliardi di dollari; negli Stati Uniti il numero arriva a 600 per una raccolta di 9,6 miliardi. La buona notizia, in questo caso, sta nel fatto che il divario tre anni fa era di 3 a 1 e che gli attuali parametri che il ritardo fra Europa e Usa nel settore fintech si limita oggi a circa due anni.

«Il fintech – conclude Alessandro Promutico, Ceo di L'Atelier Bnp Paribas Americas – mostra di essere oggi l’industria più fiorente in termini di capitale investito nelle startup, avendo attratto qualcosa come 12 miliardi di dollari in equity, ed è uno dei settori a più costante crescita a livello globale per numero di nuove imprese costituite anno dopo anno. Il rapporto mostra molto bene come il software stia disintermediando le attività bancarie tradizionali rivolte ai clienti, dai pagamenti alla gestione patrimoniale passando per il credito al consumo».

L’insurtech pronto al decollo

Ad avvalorare lo stato di buona salute di questo mercato vi sono inoltre i dati relativi all'universo “gemello” dell’insurtech, e quindi le startup che operano nel mondo delle polizze assicurative: le operazioni di M&A registrate in questo settore negli ultimi otto anni sono un sesto (147 contro 851) di quelli concluse in ambito fintech, dove a farla da padrone sono gli Stati Uniti (con 559 exit), seguiti da Regno Unito (136) e Germania (30). L’Italia è solo in dodicesima posizione con otto deal. Per l’insurtech, in ogni caso, il tempo della definitiva consacrazione è vicino. In Europa si contano novantina di scaleup e circa 170 sono invece quelle statunitensi, con una raccolta che dal 2010 al 2018 è arrivata a 1,2 miliardi e 7,7 miliardi di dollari rispettivamente.

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