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Il fondo sovrano norvegese investirà in società con il 30% di donne nei cda

Il fondo possiede circa l’1,5% delle azioni globali, distribuite in circa 9.000 società per un totale di asset amministrati per 1,3 mila miliardi di dollari.

di Monica D'Ascenzo

3' di lettura

Dove non arrivano le leggi, arriva la persuasione di (ingenti) capitali finanziari. Le società tentennano ad aprire i propri board a una maggiore diversità di genere? In alcuni Paesi, come in Italia, l'obbligo di riconoscere una quota al genere meno rappresentata è arrivato per legge, in quelli in cui non esiste una norma, invece, avrà probabilmente effetto la moral suasion di investitori istituzionali di un certo peso. Dopo Goldman Sachs e Blackstone (solo per fare un paio di esempi) è ora la volta del fondo sovrano norvegese, che gestisce 1,3 mila miliardi di dollari.

Il fondo ha comunicato alle proprie partecipate che una percentuale di donne nei board sotto il 30% è sintomo che “si sta reclutando in modo troppo ristretto i membri del cda e non si ha una visione chiara dell'intera gamma di background e competenze necessarie per essere efficaci”. Come a dire che per raggiungere risultati migliori, anche a livello di performance, è il caso di considerare di aprire il board a competenze diverse.

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Il fondo, istituito negli anni ’90 per investire all'estero i ricavi del petrolio e del gas norvegese, possiede circa l’1,5% delle azioni globali, distribuite in circa 9.000 società. Una potenza di influenza ineguagliabile, che unita a quella di altri investitori può fare davvero la differenza. L'indicazione arriva poi da un Paese che in Europa (e al mondo) è l’antesignano di tutte le leggi sulle quote di genere. Fu, infatti, proprio la Norvegia che nel 2006 approvò la norma in base alla quale tutte le società quotate dovevano adeguarsi ad una quota nei board del 40% riservata al genere meno rappresentato.

A distanza di anni sono diversi i Paesi europei che hanno seguito quell'esempio. L'Italia è fra questi con la Legge Golfo-Mosca, che prevede (a partire da quest'anno) una quota del 40% come in Norvegia (nella versione originaria della norma approvata nel 2011 si parlava di un terzo dei membri). In Germania, da sempre recalcitrante all'idea di quote obbligatorie, si è arrivati quest'anno all'imposizione di una percentuale per i cda, in modo da far crescere quella presenza femminile, che con la moral suasion era rimasta al palo.

Le donne nei cda migliorano i bilanci?

La questione è controversa e gli studi si basano su serie storiche troppo recenti per poter dare delle certezze concrete e riconosciute dai più. Resta il fatto che alcuni report in questa direzione sono stati scritti e che le evidenze dicono che la diversità nei board porta a risultati di bilancio migliori.

Morningstar, ad esempio, si è chiesta se “le imprese impegnate nella gender diversity sono dei buoni investimenti?”. Il confronto tra l'indice Morningstar Developed Markets Gender Diversity, che è composto dalle aziende con miglior punteggio sull'equità di genere (in base ai dati Equileap), mostra un miglior profilo di rischio/rendimento rispetto al paniere tradizionale nel periodo 2015-2020.

Che la presenza delle donne nei cda aumenti la redditività, lo aveva messo nero su bianco anche la Consob, in un Quaderno di ricerca, che ha studiato la “gender diversity” e ha misurato l'impatto della composizione dei consigli, post introduzione della legge Golfo-Mosca (del 2011) sulle cosiddette quote di genere. L'analisi, che aveva preso in esame un arco di tempo dal 2008 al 2016, aveva evidenziato come la presenza femminile avesse fatto salire la percentuale di laureati nei board e allo stesso tempo avesse ridotto l'età media e aumentato la diversificazione in termini di background professionale. Sul lato economico, inoltre, l’arrivo delle donne nei cda, diceva Consob, ha migliorato le performance delle aziende anche se per avere risultati positivi occorre una ragionevole massa critica (di donne), ossia almeno il 17-20% dei membri dei board.

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