svolta neogollista

Il Front national cambia nome per rilanciarsi e cercare nuovi alleati

di Riccardo Sorrentino


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4' di lettura

Vuole apparire come una manifestazione di forza. La rielezione di Marine Le Pen, unica incontrastata candidata alla guida, con il 100% dei voti, il definitivo allontanamento del padre e fondatore Jean-Marie, sia pure da una carica puramente formale come la presidenza onoraria - abolita - il cambio di nome da Front National (Fn) in Rassemblement national, a segnare l’avvio di una fase nuova, che prevede anche la ricerca di nuovi alleati, tutto sembra puntare a un rilancio deciso, convinto del partito.

Un quadro politico disarticolato
La sostanza vera è quella di una grande debolezza, tutta nata con le presidenziali. A giugno, Marine Le Pen ha perso contro Emmanuel Macron, che non è solo l’enfant (!) prodige che a sorpresa è diventato presidente, ma è anche l’uomo che, con un programma di “centrismo radicale” e un forte rinnovamento nella strategia, ha totalmente disarticolato la politica francese conquistando con il suo movimento La République en marche 308 deputati.

Le Pen cambia nome al Fn e guarda a Salvini

Républicains verso destra
È stato uno smottamento, da cui il Front National non poteva sfuggire: il Partito socialista è stato ridotto ai minimi termini (30 deputati) e fa fatica a rialzarsi, incalzato com’è dalla sinistra radicale della France Insoumise di Mélenchon e del Partito comunista che insieme contano 27 deputati, mentre i Républicains, neogollisti, pur forti di 112 deputati, hanno ora virato a destra, non senza strappi al loro interno, sotto la guida di Laurent Wasquiez che ormai sfida direttamente l’ex Fn, con il quale è entrato in concorrenza diretta.

Un programma annacquato?
In questa situazione il Front National ha conquistato - anche a causa di un sistema elettorale severo, un uninominale a doppio turno - solo otto deputati: tanti di più rispetto ai due delle elezioni del 2012, ma troppo pochi per contare davvero. Alle presidenziali, Marine Le Pen ha guadagnato al secondo turno il 33,9% dei voti (un francese votante su tre) ma a costo di un “annacquamento”, rispetto alla tradizione radicale del partito su temi come l’Europa e gli immigrati, del programma, alla ricerca dei voti dei centristi.

La sfida dei Patriotes

Un passaggio costoso che è costata innanzitutto la mini-scissione di Florian Philippot, il vicepresidente e direttore strategico che aveva accompagnato Le Pen nel lento aggiornamento del partito, la dédiabolisation - la “sdemonizzazione” - del Fn: leader oggi di Les Patriotes, Philippot rimprovera alla sua antica presidente di aver abbandonato i temi antieuropeisti restando invece troppo fedele alla retorica anti-immigrati. Oggi Philippot propone ai francesi una politica pragmatica in una chiave però “social-sovranista” che lo porta a dire un no forte e deciso all’Unione europea. Alle europee del 2019 misurerà la sua forza contro il Fn.

Da Jean-Marie Le Pen a Bannon
Il cambio di nome - ma l’etichetta Rassemblement national era già stata usata nelle cantonali del 1985 e nelle legislative dell’86 - insieme all’allontanamento definitivo di Jean-Marie Le Pen - danno l’impressione che Marine Le Pen voglia continuare sul cammino da lei stesso aperto, in direzione del centro politico della Francia, e rispondere alla sfida dei gollisti e - eventualmente - dei Patrioti di Philippot aprendosi alle alleanze e chiudendo con l’isolamento del partito. L’invito al Congresso di Lille dell’ex stratega di Donald Trump Steve Bannon, che appartiene all’alt-right, la destra alternativa degli Usa, va però in una direzione opposta.

Un partito diviso
È un’iniziativa dal sapore provocatorio, segno dello sforzo di tener insieme anime molto diverse nel partito e non molto compatibili. La critica di Le Pen padre («trovo abbastanza singolare che il movimento nazionale francese si metta sotto l’egida di un leader politico straniero») potrebbe lasciare il segno e aprire opportunità per Philippot. La stessa composizione del comitato centrale, il parlamentino del partito composto da 100 persone, mostra la compresenza di anime diverse: resta il tesoriere Bruno Gollnish, vicinissimo a Le Pen padre, viene promossa la squadra dirigente scelta da Philippot, mentre non mancano personaggi, come Philippe Vardon, vicini a Marion Maréchal-Le Pen , protagonista del congresso malgrado la sua assenza.

L’ombra di Marion
La ventottenne nipote di Marine - è figlia di una sorella - ha abbandonato la politica attiva a maggio dell’anno scorso, forse per disaccordi con la madre e Philippot sul tema degli immigrati - Marion crede nella teoria complottista della “grande sostituzione” dei francesi da parte degli stranieri - per dedicarsi a progetti nel settore dell’istruzione. È evidente, però, che la sua è solo una pausa.

Verso le presidenziali 2022
I segnali sono inequivocabili. Marion gode di un consenso maggiore di quello della zia - anche all’interno del partito, dove sono tanti i “nostalgici” - e i suoi sostenitori hanno già fondato un mensile, l’Incorrect - che oggi si interroga sul tema “Unione delle destre o destra plurale” - per prepararne il ritorno alla politica nel 2021-22, in occasione forse delle presidenziali. La partecipazione, come unica personalità politica europea insieme a Nigel Farage, al Cpac, il Congresso dei conservatori americani, dove è intervenuta subito dopo il vicepresidente americano Mike Pence, ha sciolto molti dubbi sulla sua volontà di rientrare in gioco.

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