percorso in dieci tappe - 8. Olivetti Pozzuoli

Il futuro e la bellezza sotto il sole di Napoli

Inaugurata nel 1955, con un profetico discorso di Adriano, una tra le «fabbriche più belle d’Europa» nelle parole di un testimone come Ottiero Ottieri, la Olivetti di Pozzuoli fu un «miraggio» di riscossa e dignità per il Sud

di Giuseppe Lupo


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Stabilimento Olivetti di Pozzuoli, la terrazza sul Golfo di Napoli

5' di lettura

In una vecchia foto in bianco e nero degli anni 50, si vede un uomo a bordo di un carretto che transita sulla via Campi Flegrei, a Pozzuoli, all’altezza dello stabilimento Olivetti. È stata scattata avendo alle spalle lo stabilimento, di cui si scorgono qualche colonna, tonda e sottile, la scritta Olivetti e la tettoia della portineria di cui il sole del tramonto proietta l’ombra verso l’interno. Si tratta di un’immagine irriproducibile oggi ma solo perché i carretti sono spariti e sulla strada transitano le automobili. La tettoia e le colonne invece sono rimaste uguali, con la stessa carica evocativa, lo stesso bagaglio di suggestioni per un’idea di moderno che non intendeva abbattere e sostituirsi alla tradizione, ma completarsi entrando in dialogo con essa.

Verso Sud

Il fatto che un industriale del Nord avesse deciso di investire nel Mezzogiorno, in controtendenza rispetto ai flussi migratori, può essere considerato uno degli aspetti di eccezionalità che contribuisce a elevare a mito l’ex area industriale, conosciuta oggi come Comprensorio Olivetti. Fino al 1992 era ancora attiva nella produzione di strumenti per l’informatica e la comunicazione, adesso invece ospita il Cnr, alcune fra le maggiori società della telefonia mobile (Vodafone, Tim, Wind) e i centri per la ricerca medica delle malattie genetiche, finanziata da Telethon. Come Olivetti credeva nel futuro - e ci credeva pensando a un modello di fabbrica che si assumesse le sue responsabilità sul piano etico e dunque non fosse soltanto un luogo di produzione, ma anche di studio e sperimentazione dove gli operai potessero leggere libri o giornali nell’annessa biblioteca - analogamente, anche se per altre vie, agiscono gli enti e le società che vi hanno trovato asilo.

Agli occhi del visitatore non sfugge un paradosso: ciò che sta all’esterno del comprensorio ha subito i naturali processi di trasformazione, dall’arredo urbano alla cartellonistica, dal fronte delle palazzine alla pavimentazione di strade e marciapiedi. L’ex area industriale invece non ha subito la benché minima variazione. Alcuni uffici del centro direzionale conservano addirittura le scrivanie, le cassettiere, gli armadi, le porte, i pavimenti, gli infissi. Tutto, qui, è soggetto ai vincoli della Soprintendenza. Questo luogo è nato per essere all’avanguardia e tale rimane, come se qualcosa di inossidabile continua a manifestare un vantaggio rispetto ai tempi.

Olivetti Pozzuoli, la fabbrica sotto il sole

Olivetti Pozzuoli, la fabbrica sotto il sole

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Via Campi Flegrei ha l’aspetto di una passeggiata turistica. Ci sono ville nascoste da alberi, palazzine con fiori, alberghi dai larghi terrazzi e portinerie accoglienti. La luce estiva, che taglia perpendicolare l'asfalto, sembra conciliare il bisogno di ombra e quiete. È quasi impossibile immaginare la presenza di una fabbrica meccanica che negli anni 50 produceva calcolatrici, eppure proprio lungo questa strada, mimetizzata dalle forme architettoniche che la rendevano molto simile a una struttura ricettiva, Adriano Olivetti pronunciò il discorso di inaugurazione del nuovo insediamento e lo fece nell’ampio piazzale interno della fabbrica, davanti ad autorità politiche e maestranze, dirigenti, impiegati, operai. Era il 23 aprile del 1955.

Una nuova libertà

Due giorni dopo in Italia si sarebbe celebrato il decimo anniversario della Resistenza e il discorso di Olivetti, che sarebbe entrato nel libro Città dell’uomo (1960, ripubblicato nel 2015 dalle Edizioni di Comunità) con il titolo «Ai lavoratori di Pozzuoli», indicava in modo del tutto originale una nozione di libertà, autorizzava cioè a ipotizzare che il lavoro intorno alle macchine fosse non un fine, ma uno strumento attraverso cui attuare un cambio di civiltà. Un paio di frasi fecero e fanno ancora oggi discutere. Una aveva il piglio di una provocazione («Può l’industria avere dei fini? Si trovano questi nell’ordine dei profitti?»). L’altra manifestava un’enfasi retorica, ma era anch’essa la didascalia di una visione profetica: «Di fronte al golfo più singolare del mondo, questa fabbrica si è elevata, nell’idea dell’architetto, in rispetto della bellezza dei luoghi e affinché la bellezza fosse di conforto nel lavoro di ogni giorno. La fabbrica fu quindi concepita alla misura dell’uomo, perché questi trovasse nel suo ordinato posto di lavoro uno strumento di riscatto e non un congegno di sofferenza».

Alcune di queste parole sono riportate sulla lapide in marmo del giardino, di fronte al laghetto artificiale intorno a cui trovano una consolidata armonia alberi, aiuole, panchine, tettoie, vialetti, vetrate. Siamo nettamente agli antipodi di qualsiasi immagine di industria comunemente intesa, perfino rispetto alla struttura di vetro che lo stesso Olivetti aveva commissionato agli architetti Luigi Figini e Gino Pollini, a Ivrea, alla fine degli anni 30, e che pure aveva suscitato meraviglia.

Luigi Cosenza, il progettista di Pozzuoli, si era formato a Napoli, ma non aveva perso i contatti con gli ambienti del razionalismo milanese, soprattutto con Piero Bottoni e Marcello Nizzoli. Non faticò a comprendere le istanze utopiche dell’ingegner Adriano probabilmente perché entrambi, pur appartenendo a geografie lontane, erano accomunati da un paradigma morale: gli uomini che sperimentano il bello non possono non conoscere ciò che è buono.

In effetti, nel pensare alla fabbrica a ridosso del golfo, Cosenza andò oltre la filosofia dei vetri che ispirò l’edificio di Ivrea. Si spinse in un gesto che doveva evocare - e lo si comprende dalle parole di Adriano - un procedimento evangelico: riscatto anziché sofferenza. Un popolo intero, varcando la portineria, aspettava di attraversare una specie di Mar Rosso, chiedeva il passaporto per entrare in una cornice di civiltà per la quale occorreva qualcosa di più visionario degli utensili e della tuta blu. E questo qualcosa Cosenza lo trovò nell’idea di una fabbrica immersa nel verde, visibile da qualsiasi barca nello specchio d’acqua del golfo, a mezza costa tra il litorale e il promontorio di roccia sulfurea che guarda le isole di Ischia e Procida.

Il giorno dell’inaugurazione, fra i tanti testimoni presenti, c’era Ottiero Ottieri che avrebbe trasformato la cronaca dei fatti in narrazione letteraria. Era stato lui a rivolgersi all’ingegnere Adriano dopo aver letto La condizione operaia di Simone Weil, nella traduzione che Franco Fortini allestì per le Edizioni di Comunità, nel 1952. Quel libro cambiò la sua vita fino al punto da trasferirsi a Pozzuoli per tutto il tempo in cui selezionare il personale. Era stato Olivetti a indirizzarlo verso questo delicato incarico e Ottieri avrebbe raccontato quest’esperienza in uno dei libri più significativi degli anni del boom: Donnarumma all’assalto, che Bompiani stampò nel 1959, un anno prima che Olivetti morisse.

Antonio Donnarumma, colui che presta il cognome al titolo, non poteva essere presente alla cerimonia d’inaugurazione perché non era stato assunto, malgrado avesse tentato in ogni strada, in un duello faccia faccia con un nemico immaginario a cui dare l’assalto. Non era la fabbrica a manifestare ostilità nei suoi confronti, ma i criteri di assunzione troppo sofisticati, fuori dalla sua portata umana e culturale fino al punto da essere considerati, da Donnarumma e da altri aspiranti operai, una scommessa con il destino che si ammantava di un cifrario biblico: gli assunti sarebbero stati i beati, i non assunti i dannati. Qui stava l’ennesimo paradosso di questa fabbrica che Ottiero definiva tra le più belle d’Europa: quello di essere un luogo antropologicamente vietato, pur essendo nato dall’esigenza di soddisfare la vocazione al lavoro di una plebe infinita che non voleva emigrare. Molti degli operai che premevano per entrare, come Donnarumma, non ce la fecero. Rimasero nella schiera dei dannati e dovettero scegliere tra la disoccupazione o il viaggio verso le nebbie del Nord Italia.

La fabbrica rimase nei loro ricordi come un miraggio.

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