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Il futuro è dei Paesi che guardano lontano (come la Svizzera)

di Bill Emmott

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(Reuters)


5' di lettura

Marine Le Pen, leader del Front National, il partito francese di estrema destra, afferma che la battaglia decisiva del XXI secolo sarà combattuta tra patriottismo e globalismo. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump pare credere invece che sarà tra i «very fake news media» e se stesso, sostenuto dal “popolo” che afferma di rappresentare.

Hanno torto entrambi.

La battaglia decisiva di questo secolo, e quella che lo caratterizzerà, vedrà contrapposti pensiero a lungo termine e pensiero a breve termine. I politici e i governi che pianificano per un futuro lontano sconfiggeranno coloro che non riusciranno a guardare più in là rispetto al ciclo elettorale del momento o, più semplicemente, si rifiuteranno di farlo.

Famosa per il suo presunto pensiero a lungo termine è la Cina, ma per dimostrare questa teoria non è necessario ripiegare sui dittatori. Anche alcune democrazie occidentali hanno fatto quanto era necessario per amministrare sapientemente le forze potenti della globalizzazione, della tecnologia e della demografia, e sono state ricompensate da economie stabili e sistemi politici in buona parte non compromessi dai populisti.

Altri Paesi hanno continuato a concentrarsi sul breve termine, e di conseguenza hanno sofferto parecchio.

Per interpretare questa classifica, ho messo a punto un nuovo indice statistico composito per il mio ente di beneficenza Wake Up Foundation: il Wake Up 2050 Index. A differenza dell’Indice di competitività globale del World Economic Forum, per esempio, il Wake Up 2050 Index guarda al di là delle statistiche relative alla performance passata o del momento per individuare i segnali dei futuri oneri dei Paesi e la produttività probabile dei loro asset più importanti, in particolare i loro stessi cittadini.

Basato su 25 parametri, il Wake Up 2050 Index classifica dunque i 35 Paesi membri più avanzati dell’Ocse in funzione del loro grado di attenzione a cinque ambiti specifici: demografia, società dell’informazione, innovazione tecnologica, globalizzazione e resilienza in caso di shock imprevisti.

I risultati sono sbalorditivi.

Al primo posto si colloca la Svizzera, essendo risultata il Paese occidentale meglio preparato a gestire i trend e le forze conosciute che caratterizzano e definiscono il XXI secolo. I populisti svizzeri sono un gruppo interessato a un’unica questione, l’immigrazione, e godono di scarso sostegno, insufficiente a portarli nel governo. Peraltro, lo scarso favore che il Partito Popolare svizzero di estrema destra ha riscosso si è palesato soltanto dopo che il numero degli immigrati nati all’estero ha raggiunto un quarto della popolazione svizzera, ovvero quasi il doppio rispetto a Stati Uniti e Regno Unito.

I quattro Paesi confinanti della Svizzera si collocano nella graduatoria in posizioni decisamente più basse: la Germania al 15esimo posto, l’Austria al 17esimo, la Francia al 20esimo e l’Italia al 32esimo, nonostante i loro stretti rapporti culturali, storici e commerciali con la Svizzera.

In Austria e in Francia, i partiti populisti euroscettici e anti-immigrazione hanno guadagnato un sostegno sufficiente ad avere possibilità concrete di conquistare il potere, come ha il Movimento Cinque Stelle di sinistra in Italia. Anche in Germania l’influenza dei populisti è in ascesa.

Tenuto conto della reputazione di cui gode la Svizzera – Paese ricco, istruito, innovativo, resiliente – il suo successo in questa classifica forse non sorprenderà più di tanto. Con i suoi livelli salariali tra i più elevati al mondo e il 19% del suo Pil che proviene dal settore manifatturiero (rispetto al 12% degli Usa e al 10% del Regno Unito), in teoria però la Svizzera dovrebbe essere molto vulnerabile nei confronti della competitività cinese e dell’automazione che elimina posti di lavoro. Eppure, il Paese è uscito pressoché indenne da queste sfide.

Non possiamo affermare altrettanto dell’Italia: sebbene il suo settore manifatturiero incida sul Pil per una percentuale di poco inferiore a quella della Svizzera – per la precisione per il 15% – l’Italia ha sofferto di gran lunga di più a causa della competitività cinese. Il motivo è semplice: produce articoli meno raffinati e meno innovativi.

Questo riflette un grave errore che l’Italia sta commettendo, come pure la Francia: avendo aumentato in modo eccessivo la spesa per le pensioni per garantirsi il favore degli elettori sul breve periodo, i governi di entrambi questi Paesi hanno seriamente condizionato la loro capacità di investire nell’istruzione e nella ricerca scientifica.

In un’economia globale basata sempre più sulle conoscenze e sempre più trainata dalla tecnologia, nessun Paese può essere competitivo in maniera efficace se il suo governo non dedica risorse sufficienti per coltivare le competenze giuste e le capacità della sua forza lavoro.

Per avere successo sono indispensabili anche un ambiente normativo e una cultura aziendale tali da permettere alla popolazione di utilizzare in modo proficuo le conoscenze acquisite. Da questo punto di vista, i Paesi caratterizzati da una bassa partecipazione femminile al mondo del lavoro (come l’Italia) o quelli nei quali i lavoratori più esperti, gli ultrasessantacinquenni, sono fuori da esso (come l’Italia e la Francia) sono nettamente in svantaggio.

Da nessuna altra parte più che in Giappone è evidente quanto valga saper pianificare a lungo termine. Malgrado sia l’economia avanzata con il più rapido tasso di invecchiamento della popolazione, nel Wake Up 2050 Index il Giappone si colloca bene dal punto di vista demografico. In parte ciò è dovuto al fatto che, anticipando l’imminente cambiamento demografico, il Paese ha mantenuto attivo nella forza lavoro più del 20% dei suoi ultrasessantacinquenni, rispetto ad appena il 2,9% in Francia.

Gli Stati Uniti si classificano più in basso rispetto al previsto in termini sia di innovazione sia di conoscenze. Scarsi risultati alle scuole superiori di secondo grado e un basso tasso di partecipazione alla forza lavoro indicano che le tecnologie avanzate che gli Usa mettono a punto non sono utilizzate al massimo delle loro potenzialità. Questo è uno dei motivi principali per i quali Trump è stato eletto presidente, e nel contempo è un brutto segno per il benessere futuro dell’America.

Per «fare di nuovo grande l’America», come Trump ha promesso di fare con il suo slogan “Make America Great Again”, la leadership politica dovrà sapere pensare al di là dell’attuale ciclo elettorale. La stessa cosa vale anche per tutte le democrazie occidentali. Malgrado ciò, molti critici hanno iniziato addirittura a dubitare che i policy-maker occidentali siano ancora capaci di pensare a lungo termine.

Costoro, tuttavia, potrebbero avere torto. L’immigrazione, una delle questioni più controverse nei dibattiti politici di questo periodo, è in sostanza una questione a lungo termine. E se negli Stati Uniti gli elettori si sono detti contrari all’apertura [delle frontiere], il Regno Unito promette di restare aperto dopo la Brexit, tranne che per gli immigrati dell’Ue. Altrove, l’apertura è ancora difesa tenacemente.

In Francia, il tema dell’apertura è diventato il terreno di battaglia più scottante in vista delle imminenti elezioni. Le Pen – al pari di Trump e dei sostenitori della Brexit – afferma che l’apertura si è rivelata disastrosa. Ma i suoi due avversari di maggior peso – il centrista indipendente Emmanuel Macron e il repubblicano di centrodestra François Fillon – si dichiarano entrambi favorevoli a una maggiore apertura e alla liberalizzazione dei mercati. Chi prevarrà nella corsa all’Eliseo deciderà la traiettoria non soltanto della Francia, ma dell’Europa intera. La Svizzera, per una volta, è un po’ più che preoccupata.

Traduzione di Anna Bissanti

Bill Emmott, ex direttore dell’Economist, è presidente della Wake Up Foundation.

© Project Syndicate 1995–2017

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