il convegno di bagnaia

Il futuro del giornalismo? Nuovi modelli di business e un «algoritmo»

dall'inviato Andrea Biondi


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(Ansa)

3' di lettura

BAGNAIA - A dar fuoco alle polveri è subito, nel primo intervento di giornata Robert Thomson, ad di News Corp: «Ci vuole una commissione, un organo di controllo per gli algoritmi. Perché bisogna sapere se sono programmati per uno sfruttamento commerciale, se vanno a incidere sulla privacy, o se violano il diritto d'autore». Nella seconda e ultima giornata di “Crescere tra le righe”, il convegno organizzato dall'Osservatorio Giovani-Editori a Borgo La Bagnaia, nei pressi di Siena, ha portato alla ribalta quanto lavoro ci sia ancora da fare per ridurre distanze che ci sono – e sono ancora visibili – fra editori e piattaforme del web. Due anime che in questo appuntamento alle porte di Siena si sono confrontate a tratti anche aspramente. E un po’ ieri lo si è visto.

«Gli algoritmi - ha detto Thomson - determinano i comportamenti attuali e lo faranno sempre di più. Con l'intelligenza artificiale sapranno più di noi». Quello del ceo di Newscorp è stato solo l’anticipo della discussione a viso aperto che i produttori di informazione e le piattaforme web hanno affrontato, a viso aperto, davanti a un pubblico di Millennials che saranno i protagonisti del futuro. Da una parte il direttore del Wall Street Journal, Gerard Baker, quello del New York Times, Dean Baquet e il direttore del Washington Post Martin Baron. Sul fronte opposto: il vicepresidente di Google News, Richard Gingras, il direttore delle partnership mondiali sui contenuti di News Twitter, Peter Greenberger e la direttrice dei Prodotti News di Facebook, Alex Hardiman. E alla fine il dibattito è stato così serrato che non c'è stato neanche il tempo per far fare le consuete domande alla platea di studenti.

Del resto la questione sul tappeto non è da poco: per gli editori gli “over the top” sfruttano i contenuti di qualità e su quello producono utili da capogiro, mentre le testate giornalistiche spendono molto per redazioni e network e spesso i giornali locali chiudono. Lo dice chiaramente il direttore del Wsj, Gerard Baker: «I player della rete fanno ricavi sfruttando contenuti di altri. Occorre una distribuzione più equa dei guadagni o i nostri editori non ce la faranno più. Non stiamo chiedendo la luna. Anno dopo anno il giornalismo diventa sempre più antieconomico. L’oscurità si farà più impenetrabile e questo ucciderà la democrazie».

Tesi respinta da Richard Gingras: «Dal nostro punto di vista gli editori hanno goduto di tecnologie per la distribuzione dei ricavi pubblicitari che hanno consentito loro di guadagnare 12,7 miliardi di dollari. Ogni mese da Google partono più di 10 milioni di visite alle pagine degli editori. Sarei cauto sulla richiesta di creare un altro sistema di distribuzione. Come si realizzerebbe tutto ciò? Ci sarà un'istituzione che decide quale è il giornalismo di qualità? Non dobbiamo creare strumenti artificiali».

Modello rivendicato anche da Hardiman, di Facebook: «Dobbiamo cercare strade percorribili. Vogliamo far funzionare strumenti utili per l'editoria, attraverso lo sviluppo degli abbonamenti e la crescita dei ricavi pubblicitari. Anche per questo spenderemo più di 19 milioni di dollari contro le fake news, per favorire le notizie di qualità. Possiamo finanziare il giornalismo di qualità ma non possiamo farlo con tutti».

A provare a tendere una mano è Baquet (NYT): «I segnali che vediamo dall’aumento degli abbonamenti dimostrano che la gente è disposta a pagare per la qualità. Il mio sogno è far sì che l'informazione di qualità diventi indispensabile». Ancora più aperto Baron: «Non siamo in guerra. Abbiamo differenze di opinioni con gli operatori della Rete, che però ci hanno consentito di distribuire i nostri contenuti in un modo che per noi, da soli, sarebbe stato impossibile. Dobbiamo solo parlare».

Soluzioni ancora lontane, ma confronto aperto. E Andrea Ceccherini nel suo messaggio conclusivo lancia un appello: «Bagnaia voleva essere un'occasione di confronto tra il mondo del publishing e quello dell'hi-tech e così è stata. Sono convinto che ora i protagonisti siano i primi ad aver capito che da soli si va più veloce, ma è solo insieme che si va più lontano».

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