Societa

Il futuro del lavoro è fatto di formazione e politiche attive

di Dino Pesole

(IMAGOECONOMICA)

3' di lettura

Il lavoro, la “centralità del lavoro”, il lavoro come “priorità assoluta”, ecco la “vera emergenza” dei nostri tempi, è giunto il tempo delle “politiche attive del lavoro”. Se facessimo un attimo il punto sulle molteplici declinazioni cui stiamo assistendo da quando la pandemia ha ricollocato con la sua forza distruttrice il tema del lavoro al centro del dibattito pubblico, perderemmo facilmente il filo del discorso. Rischiamo di rincorrere gli eventi, non di governare i processi che sono complessi. Abbiamo una strategia credibile di politica industriale? Su quale modello di sviluppo intendiamo puntare per creare lavoro? Stiamo provando a costruire il futuro che si comincia a intravedere dalle nebbie della più profonda crisi dal secondo dopoguerra, e dunque occorre aver ben chiaro in che direzione ci condurranno le linee di azione (le sei “missioni”) indicate nel Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Le due direttrici di marcia, vale a dire la transizione verde e quella digitale, vanno ora tradotte in interventi diretti e prioritari, da realizzare da qui al 2026. Una scommessa, con cui ci giochiamo non solo le ingenti risorse del Recovery Fund, ma il futuro stesso del Paese. Già, ma riflettiamo un attimo su quanto scrive Marco Bentivogli in un passaggio del suo ultimo libro intitolato Il lavoro che ci salverà, cura, innovazione e riscatto: una visione prospettica, scritto per le Edizioni San Paolo. Secondo i report del World Economic Forum sul futuro del lavoro – scrive Bentivogli che alle tematiche del lavoro, soprattutto nella lunga militanza di sindacalista, ha dedicato gran parte della sua esperienza professionale tanto da riconoscersi nella definizione di «architetto del lavoro» – il 65% dei bambini che inizia la scuola sarà impiegato in un’occupazione «che oggi non esiste e di cui non conosciamo neanche il nome. Il cambiamento nel mondo del lavoro è così rapido che nel tempo in cui i bambini di oggi si formeranno, la metà degli attuali impieghi sarà automatizzata».

Loading...

Se questo è lo scenario, allora non vi è altra strada che provare a individuare quelle che saranno le “professioni del futuro” e investire energie e risorse nella formazione e appunto nelle cosiddette politiche attive del lavoro.

La sintesi del ragionamento di Bentivogli è che assisteremo alla scomparsa di «certi lavori, che non avranno più senso di esistere». E poi – come è già avvenuto in precisi tornanti della storia, lo è stato certamente da metà Ottocento in poi – vedremo nascere “nuove occupazioni”, mansioni e incarichi «che richiederanno competenze nuove e sempre aggiornate.

Anche per questo il diritto all’istruzione e alla formazione, adatta alle persone e di qualità, per tutta la vita, è un diritto al futuro». L’obiettivo del libro è ambizioso: contribuire a riscrivere il “vocabolario del lavoro”. Un vocabolario che si intreccia con le tre grandi trasformazioni in atto nella nostra società e nel sistema produttivo: digitale, climatico-ambientale, demografica. Uno dei riferimenti è alla dottrina sociale della Chiesa e a papa Francesco che definisce il lavoro «libero, creativo, partecipativo e solidale». Ai giovani convocati ad Assisi nel novembre 2020, il papa definisce prioritaria «una responsabile presa di coscienza di tutti gli attori sociali». Si parla nel libro dell’origine della parola “lavoro”, della sua evoluzione nel tempo dagli albori della civiltà al Medioevo, dal Rinascimento all’Ottocento e al Novecento, fino alla “nuova globalizzazione” che rivoluziona il paradigma e l’organizzazione stessa del lavoro.

E oggi cos’è il lavoro e cosa dovrebbe essere? Certo condizione imprescindibile di “sussistenza primaria”, sostegno decisivo alla fiscalità generale, ma anche protagonista assoluto di quello che Bentivogli definisce «un riscatto, che liberi la creatività, la partecipazione e la solidarietà, rendendo il lavoro presidio di dignità come precondizione per far fiorire la persona». Un diritto, ma anche un dovere, nella constatazione che la trasformazione digitale “scongela” lo spazio e il tempo del lavoro. Una trasformazione antropologica è già in atto, il “lavoro agile” è già una realtà. E in Italia sono 3 milioni i giovani fuori dal lavoro e da qualsiasi percorso formativo «con il tasso di disoccupazione effettivo che va oltre il 25 per cento».

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti