il presidente federcasse dell’erba

«Il futuro non è solo dei big, senza le banche locali il territorio muore»

di Marco Ferrando


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Augusto Dell’Erba

4' di lettura

Tra i più soddisfatti della sentenza Tercas, che in settimana ha visto il tribunale Ue sconfessare la linea ultrarigorista della Commissione sui salvataggi bancari, c’è il mondo del credito cooperativo. Dove da sempre si è sperimentata l’efficacia degli interventi preventivi dei Fondi di garanzia. Per le Bcc suona di buon auspicio per il debutto delle capogruppo e, soprattutto, del nuovo assetto della vigilanza, che sarà duplice. Una riguarderà il rispetto delle finalità mutualistiche da parte delle Capogruppo (entro il 31 marzo il Mise deve emanare i decreti attuativi), l’altra è quella prudenziale, più nota, in capo a Bce e Banca d’Italia: «Ci auguriamo che tenga nel giusto conto il criterio della proporzionalità e le specificità di Iccrea e Ccb in qualità di capogruppo di gruppi bancari cooperativi, di natura non partecipativa ma contrattuale, novità assoluta in Europa. La capogruppo è al servizio delle proprie azioniste, le Bcc, che a loro volta sono controllate in forza del contratto di coesione», dice Augusto dell’Erba, presidente di Federcasse.

Come ha dimostrato il caso Tercas, anche qui ci vorrà ampiezza di vedute. Diversamente, il rischio è quello di ingessare il settore, soffocando le singole banche locali. «Il futuro ha sempre più bisogno di diversità e di partecipazione alla gestione delle banche a proprietà diffusa», dice a Il Sole 24 Ore il presidente di Federcasse. Fino a inizio 2017 guidata da Alessandro Azzi, la Federazione nazionale delle 271 Bcc ha continuato a mediare e coordinare un processo che ha visto la politica ascoltare e recepire buona parte delle istanze giunte dalla base, che oggi rappresenta il 52,8% delle banche italiane ed erogano il 23% del totale dei crediti alle Pmi manifatturiere.

Presidente, il nuovo assetto normativo è quello ideale?

È equilibrato rispetto alle condizioni di partenza e al quadro regolamentare europeo. E non è poco. Ma ulteriori modifiche possono essere attuate incidendo a Bruxelles. Ci serve una proporzionalità che tenga conto delle finalità imprenditoriali di banche, come le Bcc, che sono less significant e “obbligate” a perseguire finalità mutualistiche. I gruppi cooperativi servono a renderle ancora più stabili ma soprattutto ancora più efficaci nel fare finanza mutualistica e geo-circolare: raccogliere risparmio in un territorio e trasformarlo in credito alle imprese, alle famiglie, al terzo settore.

La legge di riforma, la 49/2016, e altre norme sulle Bcc sono state riviste ancora tre volte tra agosto e dicembre scorso. Capitolo chiuso?

Al momento sembra di sì. Oggi disponiamo di un complesso di norme, primarie e secondarie, tipico ed esclusivo del credito cooperativo. Compresa l’attività di vigilanza specifica chiamata a valutare la coerenza e la sussistenza dello scambio mutualistico con i nostri soci, che sono un milione e 300mila, cresciuti del 36% negli ultimi dieci anni, quelli della crisi più dura.

Ora c’è da implementare un modello adeguato di vigilanza prudenziale sulle capogruppo: siete preoccupati?

È un punto chiaramente nodale, in cui si testerà la tenuta del nuovo assetto. Le capogruppo, Iccrea e Ccb, pur avendo dimensioni da leader di mercato saranno comunque strutturalmente diverse dalle grandi banche perché hanno una funzione-obiettivo peculiare e vivranno della capacità imprenditoriale e dell’efficienza delle singole banche locali: auspichiamo che la Vigilanza ne tenga conto. Sappiamo che il tema è alla loro attenzione: pochi giorni fa, il capo della Vigilanza di Banca d'Italia, Carmelo Barbagallo, ha richiamato i rischi di una insufficiente proporzionalità delle regole. Ci sembra un ottimo segnale.

A fine 2014 il sistema era composto da 376 banche: il sistema associativo, Federcasse e federazioni locali, offrivano servizi e linee di indirizzo. Oggi ci sono 271 banche, due capogruppo nazionali più la realtà delle Raiffeisen e la Federazione Italiana: l’assetto si è rafforzato o indebolito?

Il sistema si è rinnovato per rafforzarsi. Ed è scolpito in modo originale. Il centro restano le Bcc e sia le capogruppo sia la Federazione nazionale esistono perché “utili” e al servizio in modo diverso delle cooperative bancarie di base. Il loro codice identitario è rimasto immutato, anzi le disposizioni di vigilanza ne sottolineano quattro caratteri esclusivi: mutualità, territorialità, democraticità di funzionamento, assenza di scopo di lucro individuale. Oggi rappresentano un modello di banca alternativa.

Quale futuro per la Federazione ?

Se mi consente una metafora, Federcasse ha perso una sorta di potere temporale, ma ha messo al sicuro quello identitario. Le specificità del credito cooperativo richiedono un’associazione di categoria: abbiamo rapidamente rivisto, già un anno fa, la missione e l’organizzazione. Siamo concentrati sullo sviluppo dell’identità, la salvaguardia di una cornice normativa coerente, la funzione di revisione cooperativa sulle Bcc, la salvaguardia di tanti “beni comuni”.

In un’industria del credito che chiede efficienza e consolidamento c'è un futuro anche per le piccole banche?

Assolutamente sì. Anzi, se la situazione economica e la coerente interpretazione della riforma ci aiutano siamo destinati a una felice crescita. Con il nuovo dettame normativo, le Bcc saranno nelle condizioni ideali per conservare e valorizzare le individualità territoriali. D’altronde il segreto del credito cooperativo è sempre stato quello di preservare luoghi decisionali decentrati sul territorio: è questo che ci differenzia e ci può garantire un ruolo centrale nello sviluppo futuro, che non potrà non essere sostenibile e attento ai territori. Che senza banche locali muoiono.

Qual è lo stato di salute, oggi, del credito cooperativo?

È positivo. Pur avendo fatto cessioni di npl inferiori ad altri, abbiamo un livello in linea con il mercato e un tasso di copertura in alcuni casi migliore. Abbiamo avuto le nostre crisi, sì, ma vi abbiamo fatto fronte con nostri strumenti e capitali. Tutto sommato anche se non sono stati anni facili, evidentemente ce l’abbiamo fatta. E senza che una sola delle nostre banche abbia chiesto un euro di aiuto pubblico.

A gennaio avete anche rinnovato il contratto di lavoro per i dipendenti delle Bcc. Soddisfatto?

È stato un buon contratto, ha la caratteristica della durata di un anno in modo da riprendere il ciclo contrattuale che avevamo saltato. È un rinnovo equilibrato, adeguato alla transizione. E presenta attenzioni specifiche a presidio di aspetti come la genitorialità e il volontariato di cui siamo particolarmente orgogliosi.

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