analisiLa crisi tedesca

Il futuro delle riforme Ue in ostaggio di Berlino

di Adriana Cerretelli

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Afp


3' di lettura

Dalle stelle delle incontaminate virtù teutoniche alle stalle dei radicatissimi vizi europei? Da anni il consenso è stranito, disorientato, le istituzioni democratiche fragilizzate, il senso di direzione perso dovunque nell’Unione.

Ma in Germania no, preziosa eccezione alla regola e alle derive altrui. Fino a ieri. All’improvviso il bastione, che sembrava impermeabile a tutte le involuzioni degli altri, è crollato miseramente. Le elezioni del 24 settembre scorso hanno rovesciato il modello consolidato negli ultimi 70 anni, infliggendo da un lato la peggior sconfitta dal dopoguerra tanto ai democristiani della Cdu-Csu quanto ai socialdemocratici della Spd e dall’altro aprendo per la prima volta le porte del Bundestag all’estremismo di destra dell’Afd con il 13% dei voti e 93 deputati su 709, un quorum simile a quello di liberali e verdi.

L’irruzione sulla scena del neo-nazionalismo tedesco sotto i colori della xenofobia e dell’anti-europeismo e il suo implicito potenziale di condizionamenti e ricatti sulle altre forze politiche hanno sconvolto tutte le carte in tavola. Esponendo la Germania, altro primato dal dopoguerra, al virus dell’instabilità politica che tormenta quasi tutti i suoi partner.

Nell’ultimo quinquennio era stata l’insostenibile inconsistenza della Francia di François Hollande a prendere l’Europa prigioniera bloccandone ogni salto nel futuro. Con l’arrivo in maggio del giovane Emmanuel Macron, l’uomo nuovo che ha sconfitto l’estrema destra di Marine Le Pen con un programma ostentatamente europeista, sembrava che l’Unione avesse finalmente imboccato la strada del rilancio all’insegna della ritrovata intesa franco-tedesca. E con il provvidenziale viatico di una ritrovata e robusta ripresa economica in tutta l’Ue.

Pur con tutte le molteplici ed evidenti difficoltà del caso, alimentate dagli eterni conflitti di interessi interni Ue, tutto si poteva immaginare tranne che alla fine a mancare clamorosamente all’appello della sfida fosse la Germania, il Paese leader e l’àncora finora inossidabile della stabilità europea: economica ma anche e soprattutto politica.

Intendiamoci. Forse non va troppo drammatizzata ma la rottura dei negoziati per costituire il Governo Merkel IV rappresenta l’ennesima première tedesca post-bellica. E la conferma, questa sì più preoccupante per la dinamica europea, del lento ma inesorabile mutamento strutturale di cultura, psicologia collettiva e sensibilità europea della nuova Germania riunificata: oggi un animale politico completamente diverso da quello delle origini del progetto europeo. Per questo, al di là di generiche e spesso retoriche dichiarazioni di intenti, non si sa quale ne sarà l’evoluzione finale.

Per ora c’è una sola certezza: si allungano i tempi di sblocco della crisi. C’è chi ipotizza non potrà accadere prima di Pasqua, il 1° aprile prossimo, 6 mesi dopo le elezioni: più o meno lo stesso tempo impiegato dall’Olanda in marzo e la metà di quello necessario al Belgio nel 2010 per formare una coalizione post-urne.

A tenere l’Europa con il fiato sospeso c’è anche il destino politico di Angela Merkel e della sua euro-leadership forte: supererà la sua prova più difficile o dovrà cedere il passo con o senza nuove elezioni che, sembra, non cambierebbero un granchè gli attuali equilibri? Eventuale Governo di minoranza con chi: i verdi europeisti o i liberali euroscettici? Per il futuro dell’Unione e la qualità delle sue riforme la scelta è decisiva, anche se l’inedita debolezza di Merkel nella Germania che cambia forse annuncia il suo prossimo tramonto e il principio di un nuovo gioco europeo. Sulla carta, almeno per ora, rafforzamento dell’Eurozona con un solido e strutturato pilastro economico da affiancare a quello monetario, politica integrata dell’immigrazione, della sicurezza e della difesa, mercato unico digitale, unione dell’energia sono le grandi tessere di un nuovo patto collettivo. Ma ora la finestra di opportunità per realizzarlo si accorcia, perché nella primavera del 2019 ci saranno le elezioni europee. Per questo Macron scalpita, nonostante sia caduta la sua illusione di un idillio con Merkel e i tedeschi. E per questo gli inglesi farebbero bene a presentare un’offerta credibile su Brexit per sbloccare entro dicembre il negoziato evitando il peggio. Resta che l’imprevista omologazione della Germania ai canoni dell’instabilità europea proietta un’ombra poco rassicurante sull’Europa di oggi e di domani.

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