Opinioni

Il futuro da riprogettare dopo il Covid

Nessuno dubita sulla portata della pandemia e questo sentimento è diventato una convinzione così radicale da dare la sensazione di vivere un day after

di Giuseppe Lupo

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(REUTERS)

Nessuno dubita sulla portata della pandemia e questo sentimento è diventato una convinzione così radicale da dare la sensazione di vivere un day after


3' di lettura

Credo sia inevitabile, dopo l’epidemia, aspettarci libri dedicati non tanto al racconto di quel che è stato – una narrazione fagocitata dagli strumenti di comunicazione immediata, ma ancora non del tutto masticata e digerita da riflessione – piuttosto al disegno di quel che sarà. Pensare al dopo, infatti, è tipico delle catastrofi e spesso i testimoni trovano sollievo nel dimenticare la cronaca e ipotizzare il futuro. Questo libro, curato da Andrea Ferrazzi, presenta tutti i requisiti per essere un esercizio di progettualità e di costruzione, a cominciare dal titolo che riecheggia, in maniera nemmeno così nascosta, l’articolo di Ignazio Silone con cui si dava inizio, nel marzo del 1946, alle pubblicazioni della rivista «Comunità»: Il mondo che nasce.

Nessuno ormai dubita sulla portata epocale dell’evento epidemiologico e questo sentimento è diventato una convinzione così radicale e diffusa da far assumere al tempo che stiamo vivendo la nozione di day after, una nuova alba in cui affacciarci con la consapevolezza di essere sopravvissuti ma anche con la coscienza di essere stati messi a nudo, come singoli individui, come nazioni, come razza umana. Ci siamo improvvisamente trovati in un brutto sogno che ci ha svelato fragili e indifesi, circondati da quel che pensavamo fossero sicurezze non scalfibili, frantumate in appena due mesi. All’indomani del Covid-19 il mondo che rinascerà dalla paura, di cui siamo stati circondati nelle ultime, interminabili settimane, dovrà per forza di cose ricostruirsi alla luce di una memoria che non ci appartiene più, che non potrà più appartenerci.

Discontinuità è il termine che trapela in controluce fra le pagine di questo libro, a cui sono stati invitati sociologi, storici dell’economia, esperti di comunicazione, filosofi. Essa però non vuole diventare sinonimo di contrapposizione. Se così fosse, sarebbe come reiterare le esasperazioni mediatiche, i litigi, i battibecchi che hanno riempito di violenza ogni confronto politico e culturale avvenuto negli anni immediatamente prima del contagio. Di-scontinuità qui bisogna intenderla come ricerca di un nuovo paradigma che non sia semplicemente il rimedio agli errori, ma una riscrittura del tempo presente. In tal senso, la matrice olivettiana che si intravede nel titolo viene rafforzata dal nome di Franco Ferrarotti, autore del contributo iniziale, a cui si deve la fotografia di ciò che siamo: «Una società irretita e iperconnessa, legata e disunita, onnipresente e lacerata, ripiena di segnali e smarrita, traboccante di informazioni in tempo reale e perduta nel deserto di una solitudine invincibile, panlavorista e cronofagica, preoccupata dei dati personali, ma non ci sono più le persone, con un garante della privacy, ma la privacy è scomparsa, un mondo in mutande, impudico e insignificante. Si sa tutto di tutti. Ma non importa niente di nessuno».

Se questo è il disegno del presente, non è difficile immaginare quante lontane ascendenze il coronavirus abbia evidenziato con i malesseri di cui è costellato il nostro modello sociale, a partire dalla globalizzazione, più volte additata come l’incubatrice di fenomeni così deformanti da invocare un’inversione di marcia. La fase del reshoring (il “ritorno a casa”, la fine della delocalizzazione) potrebbe essere una risposta concreta ad alcuni problemi presi in esame nel libro, anche se non tutto il discorso può esaurirsi nell’orizzonte economico. Certo l’emergenza sanitaria si è trascinata dietro una paurosa voragine nei settori produttivi, però non si tratta di effetti immediati perché c’è chi, come Giuseppe Berta, compie un’analisi a largo spettro, cercando l’origine in un sistema Italia che troppo a lungo si è reso somigliante a un «giocatore di poker esausto per i troppi bluff».

L’immagine di Berta evoca uno scenario di finzione, ma riassume anche il quadro di un periodo che ha radici in epoche non sospette. La vera sfida ora non dovrà essere più quella di elencare i mali, piuttosto scegliere verso quale direzione procedere. Da più parti si continua a ripetere, magari ricorrendo a una formula già logora, che nulla più sarà come prima. Forse è giusto crederci. Tutto non potrà essere come prima, altrimenti sarebbe vano perfino il numero dei morti. Lo ribadisce Riccardo Perisich. Di fronte al fantasma di un’Europa che almeno agli inizi, in questa circostanza, ha mostrato limiti di coesione, ci troviamo a un bivio: o recuperare una frugalità o annegare nel pericolo dei nazionalismi.

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