Societa

Il futuro degli spettacoli

di Paola Dubini e Alberto Monti

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(ANSA)

3' di lettura

Il confronto fra i dati Siae del 2019 con quelli del 2020, a livello nazionale e regionale sembra quasi surreale: tanto erano positivi quelli dello scorso anno, tanto critica appare la situazione oggi. Certo, the show will go on. I nostri monumenti sono sopravvissuti alle pestilenze; i musei hanno resistito a guerre, terremoti e inondazioni; il Piccolo Teatro è nato sulle macerie della seconda guerra mondiale in una Milano bombardata. E uno dei motivi per cui hanno resistito è perché c’era bisogno di loro, per ricostruire, rilanciare, tornare a sperare. Il circo, i concerti, il teatro sono forme d’arte e di intrattenimento che presuppongono una esperienza in presenza: e ciascuno di noi sa quanto sente la mancanza dell’interazione personale. In questa prospettiva, i dati del 2019 ci devono animare.

Chi utilizza l’annuario dello spettacolo sa che la ricchezza, l’affidabilità e la granularità dei dati Siae rappresentano un unicum per i dati sulla cultura. Inoltre, la lunghezza delle serie storiche permette considerazioni puntuali, a livello sia settoriale, sia territoriale: abbiamo bisogno di questo livello di dettaglio per capire lo stato di salute dello spettacolo dal vivo, la sua capacità di tenuta, e immaginare traiettorie di cambiamento.

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Una prima questione riguarda la capacità di questi comparti di reagire agli choc. La crisi finanziaria del 2008-9, ancorché molto diversa per cause e caratteristiche, rappresenta un buon benchmark. Confrontando i dati Siae fra il 2008 e il 2011, si nota che il sistema accusa la crisi, protegge i ricavi e la spesa del pubblico, riduce il numero degli spettacoli per evitare eccessivi abbassamenti del tasso di occupancy. Il cinema vira con decisione verso il modello multisala, riduce il numero degli operatori, aumenta il numero degli spettacoli con una riduzione dell’occupancy media. Gli operatori più fragili chiudono, quelli che operano su più aree di attività si focalizzano sul core business. Il risultato è un cambiamento nel peso relativo dei diversi comparti e una piccola variazione di perimetro.

A livello territoriale, alcune piazze sono molto importanti per tutti i comparti, altre mostrano vocazioni specifiche, ma in generale c’è una buona distribuzione di attività e di operatori nel territorio nazionale. Se confrontiamo i dati sul primo semestre del 2020 con il primo semestre 2019, la fatica attuale e prospettica delle filiere appare evidente. I cali medi per settore mese su mese per numero di spettacoli, ingressi, botteghino e spesa del pubblico oscillano fra il 53% (calo di ingressi al cinema) e l’87% (calo della spesa per il pubblico per concerti). Disastro. Singole organizzazioni e specifici territori affrontano le crisi con spirito battagliero; in generale le filiere sono sempre più fragili e molti operatori reagiscono alla crisi “tirando i remi in barca”. E quindi a ogni choc la tenuta del sistema si slabbra un po’.

Nella maggioranza delle regioni, il calo degli ingressi è pari al calo degli incassi. Quello che più ci preoccupa è il forte rischio di desertificazione dell’intrattenimento a livello territoriale. Sappiamo che alcuni operatori tentenneranno alla prospettiva di una riapertura per motivi di incertezza, e che altri non riapriranno, perché i mesi di lockdown hanno compromesso in modo strutturale i loro risultati economici. A livello territoriale questo significa che dobbiamo aspettarci una offerta culturale sempre più a “macchia di leopardo”. Non sarà possibile agli operatori ridurre il numero di spettacoli per garantire un adeguato livello di occupancy poiché per un certo periodo di tempo gli ingressi saranno contingentati.

La ripresa in questi comparti non sarà a V, come si auspica per altri settori, ma molto più lenta; il rischio è un letterale “sfarinamento” della domanda e una significativa perdita di appetibilità e di interesse di buona parte dei territori. Alcuni operatori stanno reagendo con grande coraggio e con forte innovazione nei formati e nelle forme di gestione. Spetta ai loro interlocutori, pubblici e privati, riconoscerli e sostenerli. Nell’interesse di tutti.

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