L’Italia che invecchia

Il futuro va costruito puntando sui giovani

di Alessandro Rosina


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4' di lettura

La politica è esercizio di potere ma prima ancora è responsabilità, come ha recentemente ricordato il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Una responsabilità nei confronti di tutti cittadini, ma ancor più verso le nuove generazioni. Chi è al Governo prende decisioni dalle quali dipende il benessere di tutto il paese, con ricadute non solo sul presente ma anche sul futuro. Più che impegnata a far crescere il benessere la politica italiana sembra però sempre più accontentarsi di cavalcare il malessere, più spendibile a fini di immediato consenso.

La conseguenza è un circolo vizioso di basso sviluppo, riduzione di opportunità, aumento delle diseguaglianze, sfiducia nelle possibilità di miglioramento, difesa individuale di quanto acquisito in passato anziché investimento collettivo sul futuro.

In questa spirale negativa a trovarsi stritolate sono soprattutto le nuove generazioni. In un paese avvitato sul presente e che offre ai giovani protezione più che vere opportunità, si accentua a livello privato la dipendenza dalla famiglia di origine, ovvero dal benessere passato accumulato dai genitori, e a livello pubblico la domanda di assistenza, con conseguente aumento dei costi sociali.

La condizione passiva delle nuove generazioni va a impoverire sia i progetti individuali sia il loro contributo attivo nei processi di crescita economica, con la conseguenza di rendere ancor più negativa la dinamica di due indicatori cruciali per la costruzione di un futuro solido del paese: la natalità e il rapporto debito su Pil.

Spostare le nuove generazioni dalla difesa all’attacco, ovvero dalla condizione di soggetti da proteggere a quella di cittadini attivi nel conquistare un futuro di miglior benessere, significa imboccare un sentiero virtuoso di crescita che produce ricadute positive per tutti.

Ne derivano infatti minori costi pubblici, minori diseguaglianze sociali, ma anche una demografia più solida, un sistema paese più innovativo e competitivo, un welfare più sostenibile. Ma significa anche tener acceso uno sguardo nuovo e vivace verso sfide cruciali per uno sviluppo di questo secolo, come la rivoluzione digitale, le trasformazioni demografiche, la giustizia sociale e la salvaguardia del pianeta. Sono questi tutti temi che, come confermano i dati del Rapporto giovani dell'Istituto Toniolo, toccano sensibilità spiccate dei giovani.

Viviamo in un’epoca in cui i comportamenti e le scelte di oggi - sia a livello mondiale che all’interno dei singoli paesi – producono un impatto notevolmente maggiore che in passato sulle condizioni di domani e dopodomani. Se ciò da un lato fa crescere la domanda di responsabilità e progettualità verso il futuro, d’altro lato è diminuita l’offerta di punti di riferimento solidi e si è ridotto il peso dei soggetti più direttamente interessati alle conseguenze di lungo termine delle scelte di oggi.

In una realtà sempre più complessa e in rapida trasformazione è ancor più necessario dotare i giovani di sistemi di orientamento adeguati e strumenti aggiornati per diventare soggetti consapevoli e attivi nella società in cui vivono (si pensi alle carenze nel nostro paese dal lato dell’educazione finanziaria, delle competenze digitali e trasversali, dello sviluppo sostenibile). Ma le nuove generazioni devono anche poter incidere efficacemente, attraverso credibili meccanismi di rappresentanza e solida presenza quantitativa, nei processi decisionali.

La necessità di dar peso alle ragioni del futuro, al di là della retorica, stenta però a trovare pieno riconoscimento in uno scenario in continuo mutamento. Mentre rimane irrisolta la questione di come tener conto dei diritti delle generazioni future (quelle non ancora nate), e mentre continuiamo ad escludere dai referendum e dalle consultazioni elettorali gli under 18 (i coetanei di Greta Thunberg), ci troviamo ad assistere anche alla riduzione stessa dei giovani con diritto di voto.

Le grandi democrazie sono nate in un’epoca in cui il consistente peso elettorale delle giovani generazioni portava naturalmente a sbilanciarsi in avanti, mentre oggi è sempre più preponderante la popolazione anziana. Ancora al censimento italiano del 1951 la popolazione over 65 risultava inferiore a quella sotto i 5 anni di età (8,2 contro 9,1 percento). L’Italia è stata, nel corso degli anni Novanta, il primo paese in Europa a vedere il superamento del numero di cittadini con almeno 65 anni sugli under 15 e si appresta oggi ad essere il primo con sorpasso anche sugli under 25. Quest’ultima fascia d’età è scesa drasticamente da oltre il 43 percento del 1951 a meno del 23 percento attuale. Più che invecchiamento è in atto un processo di “degiovanimento”, un fenomeno generalizzato nelle democrazie occidentali ma più accentuato in Italia per la persistente denatalità. Da questo punto di vista i paesi europei si dividono in tre gruppi: quelli che hanno mantenuto livelli di fecondità non troppo bassi, come Francia e Regno Unito, quelli che hanno subito un crollo delle nascite ma hanno recentemente avviato politiche in grado di invertire la tendenza, come la Germania, ed infine paesi, come l'Italia, con erosione incontrastata della base demografica. La decisione della Germania di rafforzare le misure a sostegno della natalità deriva da evidenze empiriche sulle conseguenze dell’inclinazione demografica negativa (soprattutto nei confronti di crescita economica e sostenibilità della spesa sociale). Lo stesso impatto sul Pil tedesco della guerra commerciale tra Usa e Cina rivela una certa vulnerabilità dei paesi con accentuati squilibri demografici interni, più esposti, a parità di altri fattori, alle congiunture negative internazionali.

In definitiva, non è possibile costruire un futuro più solido senza favorire nel presente processi che rafforzino consistenza, consapevolezza e coinvolgimento delle nuove generazioni. Ed è un dato di fatto che la carenza principale della politica italiana negli ultimi decenni risieda proprio nella capacità di attivare e sostenere con successo tali processi. Se il cambiamento non parte da qui non è vero cambiamento, ma solo prosecuzione in forma diversa dell’esercizio deresponsabilizzato del potere, al quale ci stiamo tristemente abituando.
@AleRosina68

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