Interventi

Il futuro dei viaggi? Il ritorno alla vacanza in stile anni Sessanta

di Mario Ferraro


5' di lettura

Come cambierà il modo di viaggiare e di fare le vacanze? Come evolverà il turismo post pandemia e quali sono le opportunità e le sfide che ci proporrà il cambiamento?

Sono domande che, in questo periodo segnato dall’emergenza Covid-19, e con l’entrata nella Fase 2, ci poniamo sempre più, nel tentativo di bilanciare la voglia di libertà e di svago con l’incertezza sul futuro e i limiti ai pensieri di evasione.

Quella che segue è una disamina della nuova configurazione del mondo turistico in seguito alla crisi che sta interessando tutti i comparti del settore, una disamina che risulterà impietosa ma io credo sia necessario confrontarsi con ipotesi che scaturiscano dall’analisi dei dati reali più che dalle previsioni sulle migliori intenzioni.

Vorrei partire da una considerazione macro sulla conseguenza che questo mondo più accessibile in cui viviamo ha determinato sul turismo moderno: da un fenomeno di insostenibile “overtourism” che ha caratterizzato l’ultimo decennio, si passerà a una fase di “undertourism” in cui certe destinazioni blasonate passeranno da esclusive ad escluse, soppiantate da nuovi criteri di selezione, in particolare dal desiderio di una vacanza più personale, più profonda, più protetta e più sostenibile.

La crisi ha messo a nudo la fragilità del mondo globalizzato che, forse, proprio perché troppo mobile, e troppo interconnesso, ha favorito la propagazione del virus che lo ha paralizzato. È possibile che inizi un’era di deglobalizzazione turistica in cui si privilegeranno la riscoperta dei piccoli borghi e delle culture autoctone, si prenderanno in considerazione località che prima erano meno in voga, zone tranquille e immerse nella natura, luoghi poco affollati, spazi aperti, anche se con una minore offerta di servizi. La ricerca di “spazio” si affermerà come trend, diventerà il valore aggiunto trainante soprattutto nel segmento del turismo di lusso e a emergere, in questa nuova competizione, saranno le destinazioni in grado di posizionarsi come mete a bassa densità turistica.

La pandemia cambierà i costumi sociali, la nostra cultura e la nostra scala dei valori. Il ritmo della nostra vita rallenterà e il grande impatto che tutto ciò avrà sul turismo si vedrà nella mutazione di abitudini sociali ritenute da sempre impossibili da sradicare. Gli spostamenti diminuiranno, i viaggi nel proprio paese e in quelli confinanti saranno preferiti alle tratte di lungo raggio. L’industria aerea vivrà una fase acuta di contrazione della domanda, ci saranno meno voli e chi viaggia preferirà farlo in auto, almeno per quest’anno, e probabilmente anche per il prossimo. Slitteranno i periodi di godimento delle vacanze, invece della consueta concentrazione nei mesi di luglio e agosto ci sarà una maggiore distribuzione nell’arco dell’anno, e cambierà il modo di interpretarle, ci sarà un ritorno alla villeggiatura stanziale tipica degli anni '60 e '70 e, per qualche tempo, accantoneremo le occasioni “mordi e fuggi” per abbandonarci a una pausa più stabile e tranquilla. Molti preferiranno una casa in affitto all’albergo.

Abbiamo avuto modo di meditare su quanto il nostro stile di vita sia assuefatto – forse – troppo all’esibizionismo e alla superficialità della vita digitale che per moltissimi ha più intensità della vita reale. Abbiamo avuto occasione, e tempo, per riflettere sui valori essenziali, su quanto davvero vogliamo e desideriamo. Prima della pandemia i posti sovraffollati erano sinonimo di divertimento e successo, era scontato che l’attrazione di una destinazione dipendesse solo dalla sua movida. Il fascino dei luoghi visitati veniva spesso “oscurato” dalla frenesia di scattare la foto perfetta da postare sul proprio profilo per avere il maggior numero di “like”, lasciando inesplorata la ricerca della vera essenza della meta. Ora, su Instagram quei luoghi appaiono come ricordi di una vita passata, come qualcosa di cui si è stati privati, sono il sogno e la speranza di poter tornare in quel posto, non per una foto, ma per apprezzarlo davvero.

È questo che cambierà, almeno per un po’. «Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi» diceva Marcel Proust e oggi più che mai questa immagine appare contemporanea, vedere e percepire le cose in modo autentico e istintivo, una vacanza in cui libertà e serenità sono sensazioni da far provare prima di tutto a se stessi.

Il “nuovo turismo” e la crisi generata dalla pandemia avranno conseguenze non solo in ambito sociale, ma anche in ambito economico, e il settore turistico, in grave sofferenza da mesi, subirà un inesorabile logoramento nel lungo termine con riflessi sull’indotto e su tutto ciò ad esso connesso. I minori flussi coinvolgeranno l’intero comparto evidenziando l’insostenibilità del sistema del turismo di massa: compagnie aeree chiuderanno, molti alberghi non saranno in grado di riaprire e molte altre imprese turistiche soffriranno per anni gli effetti della crisi. È probabile che il turismo low cost venga colpito maggiormente rispetto al segmento élite, poiché le classi sociali più deboli avranno meno risorse da dedicare allo svago per effetto della crisi economica.

L’Ocse afferma che lo shock della pandemia 2020 potrebbe causare una contrazione del 45-70% nell’economia turistica internazionale per tutto l’anno in corso. Più nello specifico, secondo le stime di Assoturismo, il nostro Paese quest’anno perderà circa il 60% dei turisti, chiudendo il 2020 con circa 172 milioni di presenze, livelli che si registravano a metà degli anni Sessanta, quando la popolazione mondiale era la metà di oggi, il mondo era diviso in blocchi nel mezzo della Guerra fredda e i gli spostamenti in aereo erano appannaggio di pochi.

Il turismo è anche uno dei temi centrali nel dibattito della nostra Regione, la Sardegna, dove - secondo lo scenario prospettato da un’analisi di Demoskopika - per l’anno in corso l’isola potrebbe perdere circa 6mila addetti. Non solo, circa 1.500 imprese sono a rischio fallimento e nel primo trimestre 2020 le cessazioni in Sardegna di imprese turistiche sono state già 354, con un saldo negativo di 241 aziende. Le nuove iscrizioni a oggi sono solo 113.

Per la ripartenza la “nuova normalità” dovrà comprendere cambiamenti di ogni tipo: misure pratiche e igienico-sanitarie, modalità di spostamenti sicuri, distanziamento sociale, regolamenti di sicurezza nei locali pubblici, negli hotel e nelle spiagge. La Sardegna, proprio per le sue caratteristiche territoriali dalla natura predominante e incontaminata, dotata di ampi spazi, è una delle regioni che potrà ambire al posizionamento di destinazione ideale per la bassa densità turistica, dove trascorrere una vacanza sicura.

C’è volontà di ripartire con creatività e innovazione, con la consapevolezza e la necessità di un turismo più sostenibile e più attento alla natura, alle persone, ai sentimenti, alle paure di questi mesi e all’aspetto psicologico della nuova socialità.

Per finire avrei voluto lasciarvi chiedendomi se alla fine di tutto, alla fine della pandemia, prevarrà il senso di una nuova umanità o se tutto tornerà come prima, ma, dato che non mi piacciono le sorprese, mi adopererò, nel mio piccolo, per far si che si avveri la prima ipotesi, così come recita la nostra mission aziendale, far vivere tutti in un mondo più ospitale.

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