il summit di osaka

Il G20 si divide (Nord-Sud) anche sull’economia digitale

L’iniziativa lanciata dal premier giapponese Shinzo Abe per avviare una governance internazionale dei flussi di dati cross-border non raccoglie consensi unanimi: e l’India diserta addirittua la sessione

di Stefano Carrer


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2' di lettura

OSAKA - Divisi su commercio e ambiente, i Paesi del G20 si spaccano anche sull’economia digitale: l’iniziativa lanciata dal premier giapponese Shinzo Abe per avviare una governance internazionale dei flussi di dati cross-border non raccoglie consensi unanimi anche con un linguaggio molto blando. La “Osaka Declaration on Digital Economy” annunciata oggi per il lancio di un “Osaka Track” - un percorso verso regole internazionali sui dati - è stata sottoscritta da 24 Paesi presenti ma respinta da tre (Sudafrica, Indonesia ed Egitto) mentre l’India ha addirittura disertato la sessione dedicata.

Eppure nel comunicato approvato non compare nemmeno la parola “dati” né tantomeno il concetto di “Data Free Flow with Trust” (libero flusso di dati con fiducia) diventato uno slogan per Abe. Un concetto al quale l’Unione Europea ha dato il proprio appoggio per bocca del presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, con l’avvertenza che per la Ue è prioritaria una tutela adeguata della privacy.

In pratica, la dichiarazione finisce per replicare il Joint Statement on Electronic Commerce rilasciato a gennaio al Forum economico mondiale di Davos, che ha raccolto l’adesione da 78 Paesi e si propone di attirare ulteriori consensi in sede Wto. I firmatari sperano comunque in progressi negoziali entro la conferenza ministeriale Wto del giugno 2020.

Non sono solo i sospetti di alcuni Paesi emergenti a frenare i tentativi di arrivare a regole internazionalmente condivise sui dati: pesa anche in questo campo il contrasto ormai strategico tra Usa e Cina, che rischia di arrivare a creare due ecosistemi digitali differenti. Oggi il presidente Donald Trump ha dichiarato: «Dobbiamo garantire la sicurezza delle nostre reti 5G in quanto essenziale alla nostra condivisa sicurezza e prosperità». Gli Stati Uniti, ha aggiunto, «si oppongono alle politiche di localizzazione dei dati che sono state usate per restringere i flussi digitali, e violare privacy e proprietà intellettuale». Un chiaro riferimento alla Cina, che attua una politica di controllo statale, imponendo uno stoccaggio nazionale di dati e vigilanza delle autorità preposte alla sicurezza per il loro flusso all’estero.

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