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Il gas di Israele esportato via Egitto. Storico accordo nel Bacino di Levante

Le società che sviluppano Leviathan e Tamar, i due giacimenti che hanno inaugurato la corsa all’oro blu nel Mediterraneo Orientale, hanno siglato contratti per la vendita e il trasporto di 85,3 miliardi di metri cubi di gas nel corso di 15 anni (a partire dal 2020)

di Sissi Bellomo

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(Ansa)

Le società che sviluppano Leviathan e Tamar, i due giacimenti che hanno inaugurato la corsa all’oro blu nel Mediterraneo Orientale, hanno siglato contratti per la vendita e il trasporto di 85,3 miliardi di metri cubi di gas nel corso di 15 anni (a partire dal 2020)


3' di lettura

Il gas di Israele prende la via dell’Egitto, da dove in futuro potrà raggiungere l’Europa (e non solo) sotto forma di Gnl. È un accordo storico quello firmato ieri dalle società che sviluppano Leviathan e Tamar, i due giacimenti che hanno inaugurato la corsa all’oro blu nel Mediterraneo Orientale.

Con la formalizzazione di contratti per la vendita e il trasporto di 85,3 miliardi di metri cubi di gas nel corso di 15 anni (a partire dal 2020) non solo si salda un asse di collaborazione fino a poco tempo fa impensabile tra Tel Aviv e il Cairo, a lungo nemici, ma con tutta probabilità si chiude la porta a soluzioni alternative per distribuire le risorse di gas rinvenute nella regione: dall’EastMed – pipeline che gode di un forte appoggio politico in Europa e negli Usa, ma per cui non si sono finora palesati finanziatori – all’ipotesi, mai scartata del tutto benché costosa, di costruire un impianto di liquefazione del gas a Cipro piuttosto che su una piattaforma offshore in prossimità dei pozzi israeliani.

I partner di Leviathan e Tamar, guidati dal gruppo israeliano Delek e dalla texana Noble Energy, hanno rilanciato rispetto a un primo accordo vincolante che avevano firmato a febbraio 2018 sotto la regia politica degli Stati Uniti, ma che si era arenato per difficoltà burocratiche e problemi di sicurezza (tutt’altro che superati) nel Sinai del Nord, un’area controllata dallo Stato islamico.

Il nuovo contratto sottoscritto con l’egiziana Dolphinus Holding aumenta del 34% il volume delle forniture destinate a raggiungere l’Egitto, per un valore di 19,5 miliardi di dollari secondo fonti Reuters, e ne allunga la durata fino al 2034.

Il gas inizierà a fluire dal 1° gennaio 2020, inizialmente al ritmo di 2,1 miliardi di metri cubi l’anno, che saliranno a 6,7 bcm a partire dal 2022, con l’espansione delle forniture da Leviathan, che inizierà a produrre a fine anno. In teoria Israele potrebbe affiancare altre soluzioni per commercializzare il suo gas: il surplus esportabile a breve raggiungerà 9-10 bcm l’anno secondo Charles Ellinas, senior fellow del Global Energy Center, centro studi legato alla Nato. Ma dal punto di vista economico non ci sono alternative davvero convenienti, in un mercato già saturo di gas, con prezzi che secondo gli analisti resteranno bassi a lungo.

A sbloccare le trattative con il Cairo è stata la risoluzione delle controversie sul gasdotto sottomarino East Mediterranean Gas (Egm), che collega il terminal israeliano di Ashkelon con Arish, nella parte egiziana del Sinai. Noble e Delek Drilling hanno costituito una joint venture con Egiptian East Gas Co, la Emed, che rileverà per 520 milioni di dollari il 70% della pipeline, un’operazione che l’antitrust israeliana ha autorizzato a patto che il gas non venga venduto in Egitto a prezzi inferiori a quelli praticati sul mercato domestico.

Un arbitrato internazionale aveva ostacolato a lungo la collaborazione sul gasdotto: a Israele era stato riconosciuto un indennizzo di 1,8 miliardi di dollari per l’improvvisa interruzione delle forniture di gas dall’Egitto nel 2011 (a quell’epoca il Cairo esportava, ma poi ha smesso per riprendere solo l’anno scorso, grazie al maxi-giacimento Zohr e ad altre scoperte). Tel Aviv si è accontentata di 500 milioni, pur di riuscire a concludere gli accordi annunciati ieri.

Il gas israeliano molto probabilmente non si fermerà in Egitto, ma sarà liquefatto e rivenduto all’estero. Entro fine anno la produzione annua egiziana salirà a 77 bcm: tolti i consumi interni restano 15 bcm da esportare, cui ora si aggiungono i volumi in arrivo dal Paese vicino.

Anche l’impianto di liquefazione Damietta Lng (partecipato da Eni attraverso Uniòn Fenosa Gas) dovrebbe tornare in funzione entro dicembre, affermano sia il governo del Cairo che la compagnia di San Donato. Con l’altro impianto – Idku Lng, già riavviato – l’Egitto sarà in grado di liquefare oltre otre 17 bcm di gas l’anno.

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