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Il gas russo ora arretra in Europa (ma per gli Usa è una vittoria di Pirro)

di Sissi Bellomo


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(Ansa)

4' di lettura

Il gas russo comincia a perdere terreno in Europa, scalzato dalla crescente disponibilità di Gnl: metaniere cariche di gas liquido ceduto a prezzi stracciati, che sempre più spesso sbarcano sulle coste del Vecchio continente anziché in Asia e che ben prima dell’avvio della stagione invernale hanno già colmato al 94% i nostri stoccaggi.

In molti casi il Gnl proviene dagli Stati Uniti, ma per gli americani si tratta di una vittoria di Pirro visto che proprio l’agguerrita concorrenza tra fornitori ha saturato il mercato, facendo crollare i prezzi ai minimi da un decennio, su livelli così bassi da compromettere i profitti degli operatori dello shale gas.

Sotto il profilo finanziario Gazprom si difende molto meglio dei frackers: l’ultimo bilancio trimestrale ha evidenziato profitti in crescita del 18% (a 319,1 miliardi di rubli, circa 4,3 miliardi di euro). Ma anche il colosso russo sta soffrendo e pochi giorni fa ha dovuto arrendersi all’evidenza, ammettendo che nel 2019 – per la prima volta in cinque anni – l’export verso Europa e Turchia registrerà un calo: la nuova previsione è di 192 miliardi di metri cubi venduti all’estero (esclusi i Paesi ex sovietici), il 4,9% in meno rispetto al record storico di 201,9 Bcm nel 2018.

La perdita di volumi rischia di non essere compensata da maggiori entrate, perché sul prezzo medio le attese di Gazprom sono ancora più pessimiste: -13%, a circa 215 dollari per 1.000 mc. Un serio grattacapo per Mosca, visto che la società contribuisce per oltre il 5% al Pil della Russia.

Per sua fortuna Gazprom può contare su una solida base di clienti (uno dei principali è l’ Eni ). Ma i contratti pluriennali consentono una certa flessibilità e gli acquirenti ne hanno approfittato, riducendo le forniture per rivolgersi ad altri produttori, che oggi offrono condizioni ancora più vantaggiose dei russi, da sempre tra i più competitivi sul mercato.

Gazprom – che nei primi otto mesi di quest’anno ha visto calare l’export del 4,5% (a 127,3 Bcm) – quest’estate è stata anche penalizzata da un lungo fermo per manutenzione del Nord Stream, il gasdotto che approda in Germania, di cui Mosca sta costruendo il raddoppio.

Il problema principale è però la concorrenza del gas liquefatto, prodotto in quantità crescenti nel mondo e sospinto in Europa dalla debolezza del mercato asiatico, dove il valore dei carichi spot si è ridotto al punto da incoraggiare i fornitori a cambiare rotta. Ed è tutto dire, visto che nei principali hub europei il prezzo del gas è crollato ai minimi dal 2009, sotto 10 euro per Megawattora al Ttf olandese. E gli analisti pensano che potrebbe scendere ancora, almeno fino ai primi freddi.

PER SAPERNE DI PIÙ - Gas, lo sbarco degli americani accende il mercato europeo

L’avvio di nuovi impianti di Gnl in Australia, traguardo di maxi-investimenti progettati nel decennio scorso, ha ulteriormente gonfiato l’eccesso di offerta negli ultimi mesi: con l’entrata in funzione a giugno di Prelude (Royal Dutch Shell) Canberra è balzata in testa alla classifica mondiale dei produttori, avvicinandosi a 80 milioni di tonnellate l’anno e superando il Qatar (almeno per ora, visto che anche Doha punta ad espandere la capacità, da 77 a 100 milioni di tonnellate).

Gli Stati Uniti – entrati sul mercato solo nel 2016 – sono già il terzo produttore , in corsa per arrivare sul gradino più alto del podio nel 2025 secondo le previsioni (e le ambizioni) del Governo. Il Gnl «made in Usa» ha già conquistato una quota di mercato del 10% a livello globale secondo Refnitiv, con 22 milioni di tonnellate esportate tra gennaio e agosto, volumi pari a quelli dell’intero 2018. Per la prima volta quest’anno l’Europa ha superato l’Asia come destinazione finale.

Proprio gli Stati Uniti – e non la lontana Australia – stanno guidando l’assalto al mercato europeo del gas. Un’avanzata che si fonda anche su motivazioni politiche, in aperta sfida alla Russia, e che è diventata ancora più aggressiva da quando la guerra dei dazi ha scacciato le merci americane dalla Cina.

È da febbraio che Pechino non acquista più nemmeno un carico di Gnl «made in Usa». Ma l’export di Washington non smette di correre. La capacità totale degli impianti Usa ha già raggiunto 46 milioni di tonnellate l’anno e salirà a 73 milioni con le opere già approvate, finanziate e in costruzione.

Aprire nuovi spazi commerciali – promuovendo quelle che la propaganda di Stato ha ribattezzato «molecole di libertà» – è diventata un’esigenza vitale per gli Usa. Lo scorso weekend c’è stata l’ennesima missione in Polonia del segretario all’Energia Rick Perry.

Varsavia, che di recente è diventata un forte acquirente di Gnl Usa,  ha promesso di liberarsi del tutto dal gas russo (i suoi impegni scadono nel 2022) e di aiutare anche l’Ucraina a fare altrettanto. Kiev peraltro ha già smesso da tempo di comprare da Mosca e a fine anno termineranno anche i suoi contratti per il transito del gas russo: una svolta non priva di rischi per la sicurezza energetica europea, oltre che per le operazioni di Gazprom.
@SissiBellomo

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