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Il gemello digitale (senza pilota) che vince a Indianapolis

Sulla pista americana correvano le Dallara guidate da computer. Pontremoli: «La tecnologia della guida autonoma c’è: cosa farne dipende da noi»

di Luca De Biase

(AFP)

3' di lettura

Andrea Potremoli, ceo della Dallara, coltiva una sua “teoria generale della relatività dell’impossibile”. La elabora fin dai tempi in cui aveva pensato di costruire un simulatore di auto così perfetto che se un pilota professionista si fosse messo a guidarlo non avrebbe potuto rilevare la differenza dall’auto reale. «Dicevano che era impossibile. Siamo andati a cercare il migliori neolaureati e li abbiamo messi sul progetto. Quei ragazzi non sapevano che era impossibile. E l’hanno fatto».
L’impossibile è solo un’opportunità presa dal verso sbagliato. Invece, alla Dallara: «Prima ci chiediamo che cosa vogliamo fare, poi cerchiamo come realizzarla. Anche uscendo dalle competenze presenti nella nostra azienda».

È il fondamento dell’open innovation. E la Dallara ha trovato un format spettacolare per applicarla a un nuovo salto oltre l’impossibile: una gara a Indianapolis con auto a guida autonoma che andassero a oltre 200 chilometri all’ora, guidate da “cervelli” progettati da diversi team universitari, attratti dalla potente simbologia della competizione e da un premio da un milione di dollari.

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Le auto della Dallara sono ormai le sole in grado di competere a Indianapolis. Non hanno rivali. La loro qualità è data dalla sapienza che la Dallara ha conquistato facendo esperienza di fibra di carbonio, di aerodinamica e di simulazione. Le sue auto sono progettate al computer e prototipate proprio alla fine del processo, come ultimo banco di prova. I piloti competono tra loro tentando di guidarle meglio degli altri. Ma nel caso della Indy Autonomous Challenge, i piloti non erano fatti di dna ma di bit.

Le auto sono state dotate di attuatori, telecamere, sensori, microprocessori e tutte le altre tecnologie necessarie a consentire a piloti automatici di guidarle, sterzando, frenando, accelerando, controllando la posizione degli avversari, scegliendo traiettorie e tattiche di guida.

Le squadre messe in campo dalle università hanno lavorato mesi. Il pubblico ha seguito con straordinario interesse. Il sito della competizione ha ricevuto 2,7 miliardi di visite. Un successo tale che il Ces di Las Vegas ha deciso di ripetere la gara il prossimo 7 gennaio nel circuito della città del Nevada.

Il risultato tecnico ha dimostrato una nuova spinta evolutiva per tecnologie abilitanti fondamentali, come il digital twin. Sono decenni che si pensa a costruire il gemello digitale degli oggetti o dei sistemi: un insieme di dati, intelligenza artificiale e chip che simula tutta la vita dell’oggetto o del sistema per calcolarne le performance e prevederne i cambiamenti.

Ma questa volta il digital twin aveva un cervello che prendeva decisioni a grande velocità in una realtà complessa. Il gemello digitale non è più soltanto il film di una realtà, è diventato parte attiva di quella realtà. Il settore delle automobili è uno di quelli nei quali l’elaborazione di gemelli digitali è più avanzata. Ogni Tesla venduta, per esempio, ha un gemello digitale. Ma nessuna Tesla è stata mai guidata da un software capace di portarla sulla mitica pista di Indianapolis.

Quale università è riuscita meglio delle altre? Stanford non ha completato i giri previsti. Purdue e Mit sono andate a sbattere. Di nove squadre, solo tre hanno completato la gara. La Technischen Universität München ha registrato il miglior tempo, superando altre otto squadre e ha vinto il milione.

Al secondo posto si è piazzata la squadra EuroRacing, formata da tecnici dell’Università di Modena e Reggio Emilia, l’Università di Pisa, l’Eth di Zurigo e l’Accademia Polacca delle Scienze: erano andati più veloci di tutti ma hanno capito male le specifiche del programma di gara, sicché gli organizzatori hanno trovato un premio supplementare da 100mila dollari per incoraggiarli. La terza squadra che è arrivata fino in fondo è stata quella del Politecnico di Milano.

Alexander Wischnewski, leader del team di Monaco di Baviera, ha commentato: «In questa gara le auto devono risolvere problemi complessi. Non essendoci le normali regole stradali è difficile per un’auto prevedere il comportamento delle altre. Il nostro segreto è stato quello di fare molte gare simulate per migliorare le capacità predittive del nostro software».

Circa 60 dottorandi e studenti di Monaco hanno lavorato per 18 mesi al progetto, simulando gare, migliorando il prodotto, partecipando ad altre competizioni molto diverse. L’architettura del loro pilota automatico è composta da un insieme di programmi, ciascuno focalizzato sulla simulazione di una componente del sistema, e tra loro interagenti fino all’emergere di un coordinamento automatico.

I duecento chilometri orari sono stati superati da queste auto-robot. Sembrava impossibile. Non lo era.

Quando vedremo queste tecnologie nella vita quotidiana? «Le tecnologie ci sono già» risponde Pontremoli: «Quello che ne vogliamo fare dipende dalla nostra immaginazione».

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