58ª BIennale Venezia

Il Ghana rilegge la sua storia attraverso l’arte

di Sara Dolfi Agostini


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Lynette Yiadom-Boakye. Just Amongst Ourselves (2019), series of paintings, oil on linen and canvas. Dimensions variable. Courtesy the artist; Corvi-Mora, London; and Jack Shainman Gallery, New York. Photo: David Levene

4' di lettura

Una delle più attese novità della 58ª Biennale di Venezia , l'approdo in laguna del padiglione del Ghana, ha soddisfatto le aspettative. Situato all'Arsenale, è stato concepito come una rappresentazione plurale e transgenerazionale, su suggerimento del curatore ed ex direttore artistico della Biennale di Venezia e dell' Haus der Kunst di Monaco di Baviera , Okwui Enwezor, consulente del progetto e purtroppo mancato pochi mesi fa dopo una lunga malattia. “Volevo portare un artista sconosciuto, ma Enwezor mi ha spiegato che essendo la prima volta era importante raccontare il Ghana con un progetto corale e includere anche artisti della diaspora e già noti al panorama internazionale” ricorda la curatrice Nana Oforiatta Ayim, direttrice della piattaforma istituzionale Ano Institute of Arts and Knowledge ad Accra e incaricata direttamente del padiglione insieme all'archistar David Adjaye OBE dal Ministero per il Turismo, l'Arte e la Cultura ghanese. La collaborazione tra i due proseguirà anche dopo la Biennale di Venezia, per convertire un castello del XVII secolo situato nella capitale Accra – e finora destinato a uso governativo - nel nuovo museo di arte contemporanea nazionale nei prossimi due, tre anni.

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All'inaugurazione del padiglione c'era tutto il gotha dell'arte internazionale confermando un interesse per la scena artistica ghanese che è nell'aria da ormai alcuni anni. Nella mostra, infatti, ci sono ben quattro artisti veterani della Biennale – il Leone d'Oro alla carriera El Anatsui (2007/15), John Akomfrah (2015), Lynette Yiadom-Boakye (2013) e Ibrahim Mahama (2015) – tutti protagonisti di nuove commissioni site-specific per il padiglione, insieme a Felicia Abban, la prima fotografa professionista ghanese e fotografa personale del primo presidente Kwame Nkrumah, e Selasi Awusi Sosu, artista originaria di Kumasi laureata al prestigioso Kwame Nkrumah University of Science and Technology (KNUST) come Mahama e Anatsui. “Questo padiglione è una riflessione sul Ghana attraverso le opere di tre generazioni di artisti” racconta la curatrice, e aggiunge: “il superamento del colonialismo dal punto di vista della storia non significa che non ci saranno altre influenze culturali o politiche, per questo il loro lavoro indaga il concetto di autodeterminazione.”
Nel titolo del padiglione, Ghana Freedom, risuonano i ritmi dell'omonima canzone di E.T. Mensah, e un percorso di liberazione del paese dalle influenze del colonialismo, delle gerarchie razziali e della tratta atlantica degli schiavi che mise da subito l'arte al centro della creazione di una nuova identità nazionale ghanese e pan-africana. Il Ghana, infatti, ha ottenuto l'indipendenza della potenza coloniale britannica nel 1957, ed è stato il primo presidente - Kwame Nkrumah - a costruire subito istituzioni come l' Istituto per gli Studi Africani , Il Centro Culturale Nazionale del Ghana, l'Arts Council del Ghana e la Film Corporation. È in questo clima culturale di ampio respiro che opera Felicia Abban (1935), il cui studio fotografico ad Accra sarà presto trasformato in museo. A Venezia, accanto al suo lavoro in studio ci sono convincenti autoritratti degli anni '60-70, scattati prima di uscire per serate glamour, lei stessa personaggio di una nascente scena sociale ghanese, un po' Jackie Kennedy e Cindy Sherman ante litteram.
A rappresentare il Ghana della diaspora ci sono, poi, i ritratti pittorici di Lynette Yiadom-Boakye, privati di specifici richiami geografici e culturali, dalla galleria newyorkese Jack Shainman intorno a 100mila euro. E ancora la monumentale video-installazione di John Akromfah, visto di recente al New Museum di New York, fondatore del Black Audio Film Collective (1982) a Londra e rappresentato dalla galleria internazionale Lisson . L'opera, estremamente suggestiva, parla di identità frammentate intrecciando vicende umane e animali attraverso mitologia e metafora. Ma il padiglione esprime anche un legame profondo con la terra attraverso l'uso del fango locale per costruire gli spazi architettonici dedicati a ogni artista, e riverbera particolarmente nelle indagini dei materiali come medium estetico. Selasi Awusi Sosu affronta il valore economico e sociale del vetro nel tessuto industriale ghanese, mentre El Anatsui – in mostra all'Haus der Kunst di Monaco di Baviera fino al 28 luglio – ha costruito, invece, un iconico arazzo con tappi di bottiglia, un tentativo di sutura di ciò che esiste per evocare i rapporti tra identità culturale, schiavismo e globalizzazione. Anche Anatsui è rappresentato dalla galleria newyorkese Jack Shainman e in asta il suo top price è «Recycled Dreams (Uniting the World with a Stitch)», c.2005, passato per la cifra record di 1.095.593 € (senza buyer’s premium). Infine, ci sono le reti da pesca di Ibrahim Mahama – recente protagonista della scena artistica milanese con una monumentale installazione di sacchi di juta ai caselli di Porta Venezia prodotta dalla Fondazione Nicola Trussardi – da intendere come mappe del lavoro e del commercio internazionale che ci ricollegano alla questione della tratta degli schiavi.
“Abbiamo conosciuto Ibrahim Mahama nel 2013 durante la sua residenza a Gaswork , centro d'arte che presenta nuovi talenti internazionali a Londra” ricordano le sue galleriste Chiara Rusconi e Francesca Migliorati di A Palazzo a Brescia. Poi sono arrivati gli inviti di Saatchi, della Biennale di Venezia (2015) e di Documenta 14 (2017). Le sue installazioni di sacchi di juta partono da 50mila euro in su per 3 metri di base. “Ma non sono estrazioni di opere più grandi, ognuna è unica e ha una precisa autonomia estetica e concettuale” continua Chiara Rusconi. Grazie al successo di critica e collezionismo, Mahama ha potuto dedicarsi anche alla costruzione di un centro d'arte, il Savannah Centre for Contemporary Art (SCCA), inaugurato appena due mesi fa a Tamale, dove è nato. “Il fermento della scena artistica ghanese di cui tutti parlano non è solo merito delle iniziative del presidente, Nana Akufo-Addo, fervente collezionista d'arte, né tantomeno si rispecchia nel successo di spazi commerciali come Galerie 1957 dell'imprenditore alberghiero Marwan Zakhem” spiega Francesca Migliorati. “Si tratta di una realtà solida, costruita dal basso tra Accra, Kumasi e Tamala, che beneficia immensamente dell'impegno di Mahama e di molti altri, come l'artista Dorothy Amenuke, unica voce femminile di KNUST, e della curatrice Robin Riskin.

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