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Il Ghetto di Varsavia: 750 disperati per una rivolta

Fino all’ultimo venne chiamato eufemisticamente “quartiere ebraico di Varsavia” ma fu il più grande ghetto d’Europa. 80 anni fa l’insurrezione

di Flavia Foradini

3' di lettura

Fino all’ultimo venne chiamato eufemisticamente “quartiere ebraico di Varsavia”, ma fu il più grande ghetto d’Europa. Era stato istituito nel 1940 ma già poco dopo l’occupazione della Polonia nel 1939 i nazisti cominciarono ad applicare anche agli ebrei del Paese le discriminazioni in atto in Germania.

Presto in quell’area corrispondente al 2,4% della superficie della città, si ammassò il 30% della popolazione urbana, quasi mezzo milione di persone, tutte di fede ebraica, cui venne vietato di lasciare il ghetto senza autorizzazione: un provvedimento che venne garantito dalla costruzione di un muro di cinta lungo 18 km e alto 3.

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Prevaricazioni, privazioni, stenti, maltrattamenti, scandirono la prima fase di quel massiccio concentramento di persone. Nel 1941 si contavano circa 2000 morti al mese. Una situazione già apocalittica, che ebbe una nuova spinta letale dopo la Conferenza di Wannsee del 20 gennaio 1942, quando la pianificazione nazista dello sterminio si allargò su scala europea e produsse deportazioni in massa anche da Varsavia, al ritmo di 6000 persone in media ogni giorno, soprattutto verso il vicino Lager di Treblinka.

Gli 80 anni dall'insurrezione del Ghetto di Varsavia

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Heinrich Himmler

L’intento era di svuotare totalmente il ghetto entro la fine dell’anno, ma il traguardo dell’operazione slittò al 1943. Il 18 gennaio un migliaio di soldati sotto il comando di Ferdinand von Sammern-Frankenegg marciò dentro al ghetto, ormai ridotto a 70.000 abitanti.Con sorpresa delle alte gerarchie naziste l’azione produsse segnali di resistenza alla deportazione, cosicché il 16 febbraio 1943 Heinrich Himmler sollecitò il completamento della liquidazione del ghetto: “Quel quartiere deve scomparire dalla faccia della terra”.

La rivolta vera e propria, portata avanti da 750 disperati, fu la prima e la maggiore in Europa da parte della popolazione ebraica. Scoppiò il 19 aprile, vigilia dell’avvio della festa di Pessach e si protrasse fino a metà maggio. “Intanto cerco di resistere. Cosa succederà dopo, lo sa solo Dio. Ma non importa cosa accadrà, non siate tristi”: la lettera di Moshe Ekhajzer alla figlie alla vigilia della sollevazione è una delle numerose testimonianze che l’ente israeliano per la memoria della Shoah, Yad Vashem, ha posto sul proprio sito per ricordare l’80° anniversario della rivolta del ghetto di Varsavia, individuato come tema portante delle iniziative per il Giorno della memoria 2023.

In audio e in video vi sono inoltre ricordi di chi riuscì a fuggire dal ghetto con documenti falsi verso la zona ’ariana’ di Varsavia o nelle foreste attorno alla città: “Ci ordinarono di uscire e ci allinearono contro un muro. Tutti pregano”, ricorda un sopravvissuto, mescolando passato remoto e presente, come spesso si sente in quel tipo di ricordi mai davvero trascorsi: “Ci puntarono contro una mitragliatrice, abusarono delle donne, di fronte a tutti noi. Fu orribile. Menomale che non c’è mia madre”.

Annientamento

Il 16 maggio, l’annientamento della sommossa fu suggellata dalla distruzione della Sinagoga Grande. Il generale Jürgen Stroop annotò: “Non c’è più un quartiere ebraico a Varsavia”.Raso completamente al suolo, il ghetto poté rimanere vivo grazie alla memoria dei pochi che ce l’avevano fatta e a molti documenti e immagini. Un imperituro memoriale di quel tentativo di opporsi ad un destino senza via d’uscita, lo compose nel 1947 Arnold Schönberg col titolo “Un sopravvissuto di Varsavia”, come oratorio per voce recitante, coro maschile e orchestra: “Venite fuori! ... Vennero fuori. Alcuni, i vecchi, gli ammalati, molto lentamente; altri con agilità nervosa. Temono il sergente. Si affrettano quanto più possibile. Invano... Il sergente e i suoi sottoposti colpivano tutti: giovani e vecchi, sani e malati, colpevoli e innocenti...Io sentivo tutto, sebbene fossi stato colpito molto forte...Poi udii un soldato dire: sono tutti morti”.


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