«L’AFFAIRE PERRONE»

Il giallo dell’ambasciatore in Libia rimasto a Roma: i capitoli della storia

di Andrea Carli

Nuova road map Onu per la Libia, elezioni nel 2019

2' di lettura

«La Conferenza di Palermo sulla Libia è stata un punto di passaggio importante in un percorso che resta ancora lungo e articolato», ha confidato nei giorni scorsi il ministro degli Affari esteri Enzo Moavero Milanesi. E una delle tappe di questo percorso lungo e articolato passerà, sicuramente per l’Italia, per la soluzione del “caso Perrone”.

È l’ambasciatore italiano a Tripoli richiamato a Roma il 12 settembre dopo che il diplomatico aveva pubblicamente espresso alcune considerazioni sui tempi per andare alle elezioni nel paese del Nord Africa. Sebbene, osservava in quei giorni una fonte tripolina, né il governo libico, né l’uomo forte della Cirenaica Haftar avessero qualcosa contro di lui. Il diplomatico, ad oggi, è ancora in Italia. L’ambasciata a Tripoli, rimasta aperta e operativa, è ancora senza un responsabile.

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A oltre due mesi dal rientro a Roma il giallo non è ancora risolto

Stando ad alcune fonti, il “dossier Perrone” sarebbe potuto arrivare sul tavolo del Consiglio dei ministri che si è tenuto ieri, ma così non è stato. Segnale che la partita non è ancora chiusa, sia che si tratti di rimandare il diplomatico in Libia, sia che si tratti di sostituirlo. Insomma, con il passare dei giorni il dossier assume sempre più le fattezze di un “affaire Perrone”. È una partita politica, che potrebbe sancire, in concreto, una nuova strategia diplomatica, e quindi di politica estera, nei confronti della Libia, più sensibile al dialogo con tutti gli attori del gioco, a cominciare da Haftar (che ha avuto un ruolo di primo piano il 12 e 13 novembre a Palermo).

L’intervista sui tempi per le elezioni e lo strappo con Haftar

A inizio agosto, l’ambasciatore aveva sottolineato, in un’intervista in arabo alla tv Libya’s Channel, l’importanza di «preparare bene le elezioni», con una base «costituzionale chiara» e «condizioni di sicurezza adeguate». Sostanzialmente, non entro la fine dell’anno, come prevedeva in un primo tempo il piano francese (successivamente l’inviato speciale Onu Salamè ha definito una tabella di marcia che sposta i termini al 2019). La soluzione di andare in tempi stretti alle urne era gradita anche dal maresciallo Khalifa Haftar. Di qui le polemiche immediatamente successive alle dichiarazioni del diplomatico italiano, con bandiere tricolori date alle fiamme e altre dimostrazioni anti-italiane. A muoversi contro Perrone, almeno due istituzioni di Tobruk, nell’Est del Paese controllato da Haftar. La Commissione affari esteri della Camera libica aveva definito l’ambasciatore «persona non grata» e il ministero degli Esteri del “governo provvisorio” (non riconosciuto dall’Onu) lo aveva accusato di interferire negli affari libici.

Il viaggio segreto di Haftar a Roma e il via libera al ritorno dell’ambasciatore

Da metà agosto Perrone era rientrato in congedo in Italia, dove è tuttora. A fine ottobre, il 29, Haftar è giunto a Roma nella massima segretezza dove ha incontrato il premier Conte, in vista della conferenza internazionale della Libia a Palermo. In quell’occasione, il capo dell’Esercito nazionale libico avrebbe aperto alla possibilità di un ritorno a Tripoli di Perrone. Cosa che ad oggi, a oltre due settimane dal vertice di Palermo, non è avvenuta.

GUARDA IL VIDEO - Palermo ospita il vertice sulla Libia

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