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Il Giappone che invecchia scopre l’importanza dei lavoratori immigrati

Nei prossimi anni la manodopera domestica scenderà almeno del 10% e i think tank invitano ad aprire le porte agli stranieri, sfidando un tabù

di Gianluca Di Donfrancesco

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3' di lettura

Invecchiamento della popolazione e calo delle nascite: un mix micidiale per il Giappone, che rischia di trovarsi sempre più a corto di manodopera e talenti. Nei prossimi anni, la forza lavoro domestica scenderà almeno del 10%, secondo le proiezioni elaborate da un gruppo di think tank di Tokyo.

L’orizzonte temporale è troppo ristretto per aspettare un improbabile baby boom: il Paese non registra un tasso di natalità al livello di sostituzione dal 1974 e la popolazione, la più senile al mondo, scenderà dai 125 milioni di abitanti nel 2021 a 88 milioni entro il 2065. La manodopera sarà sempre più anziana e meno produttiva. La via d’uscita indicata dal rapporto è allora aprire le porte agli stranieri per introdurre energie nuove.

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Superare un tabù

Quasi un paradosso, soprattutto in questa fase. Il Giappone ha per tradizione vincoli rigidi sull’immigrazione, una sorta di tabù per una nazione che valorizza l’omogeneità etnica. E l’emergenza Covid ha portato a una stretta drastica, che consente l’ingresso solo a cittadini giapponesi e residenti stranieri permanenti, lasciando alla porta centinaia di migliaia di lavoratori e studenti con premessi di soggiorno provvisori. Tokyo si è attirata le proteste di giovani di tutto il mondo, costretti a interrompere i percorsi di studio avviati con fatica nel Paese. Il Governo incassa però l’appoggio della popolazione, che in larga maggioranza approva la chiusura.

Al di là della situazione contingente, il Giappone ha bisogno di cambiamenti strutturali e di quadruplicare entro il 2040 il numero dei lavoratori stranieri. Se non lo farà, avvisa il report diffuso ieri, dovrà rassegnarsi a bassi tassi di crescita economica, al di sotto del moderato 1,2% medio annuo indicato dal Governo.

Stranieri: 2,5% della forza lavoro

Gli immigrati rappresentano oggi il 2,5% della forza lavoro, 1,7 milioni di stranieri, pochi per un Paese avanzato come il Giappone, terza economia al mondo. Secondo il report, occorrerà salire a 6,7 milioni in meno di venti anni. «Dobbiamo discutere dell’accoglienza di lavoratori stranieri con maggiore senso di urgenza, poiché in futuro aumenterà la competizione per la manodopera con Paesi come la Cina», a sua volta assediata dall’invecchiamento della popolazione, come ha spiegato Shinichi Kitaoka, presidente della Japan International Cooperation Agency, uno dei think tank che firmano la ricerca.

La carica dei robot

Tokyo sta provando a compensare la mancanza di manodopera incentivando l’occupazione femminile e rimandando l’età della pensione (che in media arriva a 71 anni per gli uomini e 69 per le donne, contro rispettivamente 65,4 e 63,5 nei Paesi Ocse). E spinge su automazione e intelligenza artificiale. Il Giappone è all’avanguardia nell’agetech e i robot sono sempre più presenti anche nelle case di cura, per sopperire alla difficoltà di reclutare operatori sanitari. Senza questi investimenti, il Paese avrebbe bisogno di ben 21 milioni di lavoratori stranieri entro il 2040, sostiene il rapporto.

La via obbligata delle riforme

Tutte misure utili, ma nel complesso insufficienti. Il Governo ha così iniziato, da qualche anno, a modificare le regole sui visti per aprire con gradualità. La riforma varata nel 2019 autorizza gli addetti del settore edile e cantieristico a richiedere la residenza permanente. Per un’altra decina di comparti (come agricoltura, assistenza infermieristica e servizi igienico-sanitari), invece, i permessi durano solo cinque anni e non consentono ricongiungimenti familiari.

Il nuovo Esecutivo, guidato dal premier Fumio Kishida, ha tra gli obiettivi allargare i permessi permanenti ai colletti blu, in gran parte ancora soggetti a regole rigide.

Metà dei lavoratori stranieri del Giappone arriva oggi da Vietnam e Cina, ma nei prossimi anni potrebbero crescere gli ingressi da Paesi a basso reddito come Cambogia e Myanmar.

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