Energia e Ambiente

Il Giappone pensa al nucleare per ridimensionare il carbone

di Gianluca Di Donfrancesco

2' di lettura

Il carbone pesa ancora troppo nel mix energetico del Giappone, terza economia al mondo e quinto maggior produttore di anidride carbonica (sesto, se si considera la Ue come blocco unico). La più sporca delle fonti genera quasi un terzo dell’elettricità consumata, la quota più alta tra i Paesi del G7. Una dipendenza eccessiva, secondo lo stesso Governo di Tokyo, che si è impegnato a portarla sotto il 20% entro il 2030.

L’ex premier Yoshihide Suga, alla fine del 2020, ha fissato l’obiettivo di azzerare le emissioni nette di anidride carbonica (neutralità climatica) entro il 2050. Su pressione degli Stati Uniti, ad aprile del 2021 ha alzato ancora l’asticella, quasi raddoppiando il taglio da conseguire entro il 2030 (dal 26 al 46%, rispetto ai livelli del 2013).

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Le politiche tracciate per arrivarci sono però considerate inadeguate da report indipendenti, come Climate Action Tracker, che pure giudica «la quota di elettricità pulita in linea» con gli sforzi necessari a contenere l’aumento delle temperature globali a 1,5 gradi. È l’eredità lasciata al nuovo Governo di Fumio Kishida, insediatosi il 4 ottobre e atteso da una delicata prova elettorale a fine mese.

Il primo dossier è appunto il carbone, che alimenta 150 centrali: per ora Tokyo pensa di chiudere solo le più vecchie e inefficienti. Uno degli obiettivi della Cop26 di Glasgow sarà indicare una data per l’addio alla più sporca delle fonti, che per le economie avanzate potrebbe essere (o si vorrebbe fosse) entro il 2030. Tokyo ha già aderito all’impegno di smettere di co-finanziare nuovi impianti a carbone all’estero.

Fino al 2020, il Giappone è stato piuttosto cauto nelle politiche ambientali. Tra il 1990 e il 2019, le emissioni di CO2 sono scese solo del 5%. Il quadro sta però cambiando: le rinnovabili rappresentano quasi il 20% delle forniture e sulla carta dovrebbero salire al 36-38% entro il 2030, diventando la prima fonte. Scenderebbero i combustibili fossili, sui quale il Paese si è appoggiato dopo il trauma di Fukushima e il crollo del nucleare. Prima dell’incidente del 2011, c’erano 54 reattori attivi, che generavano un terzo dell’elettricità. Ora sono una decina e producono l’8% dell’energia. Il nucleare dovrebbe tornare al 20-22% nel 2030.

L’atomo conserva sponsor pesanti, compreso Kishida. Appena insediato, il suo ministro dell’Industria, Koichi Hagiuda, ha promesso «la massima adozione delle rinnovabili e il riavvio delle centrali nucleari», considerate indispensabili per la neutralità climatica. Sulla riaccensione dei reattori, c’è però da superare l’opposizione dei cittadini, che rende la costruzione di nuovi impianti un tema marginale.

Kishida ha il complicato compito di proseguire e rendere più credibile il percorso tracciato dal predecessore (e collega di partito, l’Ldp) e ha annunciato di voler far leva sugli investimenti sul clima per rilanciare l’economia.

Ci sono da superare le critiche di una parte pesante del mondo industriale. Il più esplicito è stato Akio Toyoda, capo di Toyota e presidente dell’Associazione dei produttori di auto, che ha messo in guardia sulle ricadute occupazionali sul settore.

Il Giappone è già terzo al mondo per capacità fotovoltaica installata e potrebbe ora puntare sullo sviluppo dell’eolico off-shore. Tokyo è leader mondiale per numero di brevetti nelle rinnovabili, superando di gran lunga gli Stati Uniti.

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