Il graffio del lunedì

Il giorno decisivo per gli Azzurri: con l’Irlanda del Nord ci giochiamo tutto

La squadra di Mancini alla prova decisiva deve scacciare le paure e ritrovare vigore fisico. Ma Vale Rossi ha davvero detto addio alla MotoGp? Un ricordo del grande Galeazzi

di Dario Ceccarelli

(Action Images via Reuters)

5' di lettura

E adesso? Cosa succederà stasera al Windsor Park con l'Irlanda del Nord? Vinceremo la grande paura, o rischieremo di far saltare la qualificazione ai Mondiali del Qatar?
Una domanda di riserva, grazie. Perchè rispondere è veramente difficile. Di sicuro, se stasera a Belfast rivediamo l'Italia del primo tempo con la Svizzera, possiamo subito chiudere baracca e burattini. Quella del secondo tempo, con Tonali e Berardi, invece dà molto più affidamento. Almeno c'era determinazione, cattiveria, voglia di farcela. Non ancora il gioco, perché quel bel gioco che ci ha permesso di trionfare all'Europeo, l'abbiamo perso per strada. Forse per il naturale ripiegamento che viene dopo un grande successo. Forse perché a quel gruppo sono passati “la fame” e la freschezza dell'estate. Ma ora siamo in autunno e bisogna sfangarla, tirar fuori quella grinta (parola passata di moda) che serve quando schemi e linee di gioco, non bastano più a spiegare quello che non funziona.

Un precedente infausto

Non abbiamo un bel ricordo di Belfast: 63 anni fa, nel 1958, gli irlandesi ci fecero la festa tagliandoci fuori dai mondiali. Anche questa volta i nipotini di George Best, testardi per natura, faranno di tutto per farci vedere le streghe. In casa sono temibili, non prendono mai gol, quindi ci tocca aggredire una difesa che non concede nulla. E che, soprattutto fisicamente, non porge l'altra guancia. Non solo dobbiamo vincere, ma farlo con diversi gol perché gli Svizzeri, impegnati con la Bulgaria, non devono raggiungerci nella differenza reti.

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Bisogna cambiare registro

Possiamo riuscirci? Possiamo sì, ma se cambiamo registro. Se scendiamo dal lettino dello psicanalista e facciamo quello che sappiamo: cioè giochiamo per vincere, senza farsi troppe domande, lasciando perdere il rigore di Jorginho (eventualmente farlo battere a un altro, grazie) e tutte le occasioni perse di queste ultime partite.

«Non dobbiamo avere cattivi pensieri» spiega Mancini. «La storia del 1958 la conosco, ma non sono andato a riguardarla, spero di non tornare tanto indietro. Niente ansia, siamo l'Italia, siamo abituati alle pressioni».

Il problema è anche fisico

Giusto scacciare i cattivi pensieri, ma è anche giusto che Mancini dia spazio ai giocatori più in forma. Con la Svizzera non c'era solo un problema mentale; ma anche fisico. Molti azzurri erano scarichi, poco reattivi. Hanno pagato evidentemente lo scotto dell'Europeo. Quindi avanti chi dà garanzie. Forze fresche come Tonali (a centrocampo) e Berardi (in attacco con Insigne e Chiesa), saranno preziose. E anche un po' di allegria non guasterebbe. Donnarumma, che mugugna perchè al Psg lo tengono in panchina, farebbe bene a lamentarsi meno e a concentrarsi di più. All'Olimpico, per una sua distrazione nel finale, abbiamo rischiato la beffa.

Forza, un po’ di entusiasmo!

Quanto a Jorginho, basta piangersi addosso! Chiaro: quel rigore non avrebbe dovuto batterlo lui, però quel che è fatto è fatto. Anche campioni come Baggio e Baresi hanno sbagliato penalty decisivi. Pace, succede. Sbagliare è umano. Sarebbe però diabolico ripetersi. Per tirare dal dischetto ci vuole freddezza, la mente sgombra. Cose che Jorginho, grandissimo campione, in quel momento non aveva. Forza allora: e un po' di entusiasmo, please. Tristezza vai via. Gli irlandesi si gasano con la birra. Bene, una bella pinta con la schiuma farebbe molto bene anche agli azzurri.

Tennis, Berrettini: quando la jella ci vede benissimo

«Non ce la faccio, mi spiace» Povero Matteo Berrettini costretto al ritiro per una lesione addominale nella serata più attesa, con l'esordio in casa alle Nitto Atp Finals. Berrettini alza bandiera bianca all'inizio del secondo set, dopo un primo perso al tie break con Zverev che poi l'abbraccia sconsolato. L'intervento del medico non serve. L’applauso scrosciante dei tifosi non placa il suo pianto. Si teme un riacutizzarsi dell’infortunio agli addominali che lo aveva colpito all’Australian Open, costringendolo a una pausa di tre mesi. Forse pesa il suo modo troppo dispendioso di giocare, in una stagione già molto lunga. Di certo la jella lo colpisce di nuovo nel momento peggiore. Unica consolazione che lo sostituirà Yannik Sinner, sua prima riserva.

Ma Valentino Rossi si ritira davvero?

«È stata una bella occasione per fare casino, e fare una bella bevuta. Quasi quasi mi ritiro anche l'anno prossimo…» Valentino Rossi, nel giorno del suo ultimo giro dopo il Gp di Valencia, non si smentisce. Dopo 9 titoli mondiali, questa volta al traguardo arriva decimo, ma non importa a nessuno dei 70mila che lo celebrano come se avesse vinto.

Il Dottore non è tipo da malinconie per il tempo che passa. Quelle le lascia a Totti e a Buffon. A Valentino invece piace stare al centro della scena, godendosi questo suo lungo addio che ormai si è trasformato in una serie a puntate da riprogrammare su Netflix o su Raiplay.

Valentino è straordinario per questo: è una stella anche nel declino, quando ormai vive di luce riflessa per quanto di straordinario ha già fatto. Rossi è Rossi, uno che ti spiazza non solo dando gas quando gli altri frenano, ma anche ironizzando sul suo addio, che poi non sarà mai ritiro perché un monumento come lui lo ritroveremo dovunque: in tv, sui social, a far tendenza chissà dove.

Domani comincia un‘altra vita, gli dicono i giornalisti: e lui, a 42 anni, risponde con un bel pernacchio, perché Valentino è centrato sul presente, e il suo presente è magnifico. Si abbraccia con il grande Ronaldo, il Fenomeno dell'Inter. Fa una gran festa nel box Yamaha circondato da una marea di bandiere gialle su cui spicca il numero 46. A dirla tutta, ci preoccupa di più Francesco Bagnaia, primo proprio al Gp di Valencia cui tutti, al posto di festeggiarlo come merita, fanno sempre la stessa domanda: “«arai tu l'erede di Vale?». E che cosa può rispondere un giovane pilota paragonato a una leggenda come Rossi? Il minimo, per non essere volgari, è incrociare le dita…

Altro che “Bisteccone”: Galeazzi era soprattutto un ottimo cronista

Un altro addio, ma questo veramente doloroso, è stato quello di Giampiero Galeazzi, noto e carismatico giornalista sportivo della tv. In tanti hanno ricordato i suoi meriti: da quelli professionali (essere sempre sulla notizia) a quelli umani (per l'incontenibile simpatia che sapeva trasmettere). Non era mai banale perché seguiva sé stesso, cioè la sua carica vitale che lo portava dove gli altri non osavano andare.

Ma non faceva solo folclore, o romanamente “caciara”. Aveva un’anima e poneva le domande giuste, quelle che tutti hanno sulla bocca, ma non sempre, per piaggeria e finto buonismo, fanno. Dopo Italia -Svizzera se fosse andato col microfono da Mancini, sicuramente Galeazzi gli avrebbe chiesto: «Ahò, Mancio, ma sto' rigore lo doveva battere proprio Jorginho?» Cosa poi avrebbe risposto Mancini, non lo sappiamo: probabilmente lo avrebbe mandato a quel paese, ma sappiamo che quella era la cosa giusta da chiedere. Per questo Galeazzi era Galeazzi: un giornalista coi fiocchi, non un burocrate che non vuole disturbare. Poi certo era anche “Bisteccone” perché tutti, anche i migliori, alla fine hanno una copione da recitare.

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